28 ottobre: la lotta antifascista passa anche contro le politiche del PD

Aderiamo alla giornata nazionale di mobilitazione promossa dall’Anpi per il 28 ottobre, contro la manifestazione evocativa della marcia fascista su Roma promossa da un’organizzazione neofascista.
Oggi non si può però lottare contro il neofascismo ignorando una delle cause maggiori che lo stanno favorendo: le politiche reazionarie e filocapitaliste del PD al governo.
Il PD, infatti, è ormai strettamente legato ai grandi gruppi capitalisti, finanziari, burocratici ed oligarchici, alle dirigenze delle banche e delle grandi imprese; favorisce i loro interessi contro la grande maggioranza della popolazione.
Il PD stesso, mentre attacca i diritti dei lavoratori con il jobs act, l’aumento dell’età pensonabile, l’alternanza scuola/lavoro, alimenta il razzismo con le politiche securitarie di MInniti ed Orlando.
L’ossessione per la “sicurezza” e le campagne contro gli immigrati ed i poveri non fanno altro che rafforzare la destra e l’estrema destra.
La legge Fiano rimane un provvedimento di facciata… le politiche di destra in Italia sono portate avanti da un partito di Centro-sinistra.
Come dimenticare poi il revisionismo storico sulla Resistenza sdoganato a livello politico da Luciano Violante?
Ecco quindi che la lotta antifascista non può essere delegata alle speranze in un qualche provvedimento legislativo o nella semplice evocazione della Costituzione repubblicana.
L’antifascismo dev’essere militante e di massa.
Bene quindi che l’Anpi abbia convocato questa giornata di mobilitazione, ma chiediamo allo stesso momento all’Anpi di fugare ogni ambiguità rispetto al PD. (Non è infatti possibile, ad esempio, che in occasione della scorsa campagna referendaria sulla riforma in senso autoritario della costituzione, pezzi dell’Anpi influenzati dal PD premesser per votare a favore della riforma!)
La resistenza contro il nazifascismo è stata una lotta per le libertà democratiche ma è stata anche animata e spinta dalla sete di giustizia sociale e di uguaglianza.
L’antifascismo oggi vuol dire lottare contro le organizzazioni neofasciste e contro le politiche razziste, securitarie ed antipopolari dei governi di centro-destra e di centro-sinistra!

Collettivo politico Guevara – Rete Antifascista Valle d’Itria

Bosch: non è il momento di indietreggiare! Lottare in tutte le fabbriche per ripristinare l’inderogabilità dei contratti ed annullare il Jobs act!

Alla Bosch di Bari, dopo la prova di forza data dagli operai con alcuni scioperi con adesioni totali, parte della dirigenza sindacale sembra pronta ad accettare una “mediazione” proposta dall’azienda, che contiene comunque pesanti ridimensionamenti dei diritti dei lavoratori.
Gli intenti dell’azienda non hanno a che fare però con problemi di bilancio o reali difficoltà nella gestione. Bosch Italia è mossa da scopi politici. Nonostante il governo annunci da mesi la fine della crisi economica, nel nostro paese in tutte le aziende la proprietà cerca di abbassare i livelli delle retribuzioni dei dipendenti. Bosch vuole approfittare dell’andazzo per fare altrettanto.
Ma anche altrove gli operai cominciano ad opporsi con sempre più forza. Anche all’Ilva di Taranto, la strategia dei nuovi acquirenti di Arcelor Mittal – Marcegaglia è la stessa: nonostante annuncino di voler aumentare la produzione di acciaio da 6 a 10 milioni di tonnellate, dicono che vogliono licenziare migliaia di dipendenti, per poi fare un’ipotesi di “compromesso” in cui si propone la riassunzione con i criteri del jobs act, cioè eliminando i diritti acquisiti dei lavoratori.
Non siamo di fronte a crisi aziendali dovute ad un abbassamento della produzione, ma ad un attacco preparato da parte del capitalismo ai lavoratori, con la complicità di tutte le forze politiche istituzionali, che, chi più chi meno, hanno totalmente preso la parte dei proprietari, e non fanno più neanche finta di preoccuparsi delle condizioni dei lavoratori. Anche chi sembra fare una politica di opposizione, con la scusa dei “privilegi”, attacca i sindacati, ma unicamente per attaccare le forme organizzate dei lavoratori.
Di fronte a questo scenario non ha senso, da parte di un pezzo della dirigenza sindacale della Bosch, cedere subito, anzi promuovere l’accordo con l’azienda organizzando in fretta un referendum. Soprattutto vista la disponibilità evidente da parte degli operai di portare avanti la lotta.
Quello che si dovrebbe fare è cercare di unire le lotte dei lavoratori di tutte le fabbriche ed anche di altri settori per ripristinare tutti i diritti che in questi anni sono stati tolti ai lavoratori.
Collettivo politico “Guevara”

Bosch: gli operai non cedono al ricatto dell’azienda. Costruire una grande campagna di sostegno alla loro lotta!

Bosch: gli operai non cedono al ricatto dell’azienda.
Costruire una grande campagna di sostegno alla loro lotta!
I lavoratori dello stabilimento Bosch di Bari continuano ad opporsi all’imposizione del piano dell’azienda che prevede la riduzione del salario e la fuoriuscita dell’azienda dal CCNL e dalle normative di diritto del lavoro, proprio mentre l’amministratore delegato di Bosch Italia Dambach annuncia l’aumento del fatturato e la volontà del gruppo di espandersi, e dopo che l’azienda ha percepito ingenti quantità di finanziamenti pubblici.
Dopo l’adesione unanime allo sciopero di 4 ore del 4 luglio, i lavoratori hanno scioperato massicciamente anche nello sciopero di 8 ore del 18 luglio, nonostante le provocazioni e le minacce della dirigenza aziendale.
Non sarà una lotta facile. Tutte le grandi aziende sono determinate ad abbassare i livelli di tutela dei diritti dei lavoratori ed i salari, favorite dalle politiche filo-padronali del governo.
Ma la lotta degli operai della Bosch non riguarda solo 1900 operai con le loro famiglie. Riguarda tutta la città e tutti i lavoratori del territorio: se passasse il piano aziendale sarebbe un altro grave precedente nello smantellamento dei diritti dei lavoratori. Si aumenterebbe la tendenza all’abbassamento generalizzato dei salari. Ancora una volta si consentirebbe ad una grossa azienda multinazionale di sfruttare i lavoratori, percepire soldi pubblici e sfruttare ed impoverire il territorio.
Non ci illudiamo che il Sindaco Decaro, totalmente in linea con Renzi, possa prendere posizione a favore degli operai, dato che ha cominciato il suo mandato attaccando i lavoratori dell’Amtab e la sua occupazione principale sembra quella di pensare agli interessi dei costruttori. Ma Michele Emiliano dovrebbe quantomeno chiedere conto alla Bosch dei finanziamenti che quest’ultima ha percepito dalla Regione Puglia.
Contro l’arroganza aziendale ed un quadro politico sfavorevole gli operai della Bosch possono contare solo nel mantenere la compattezza della loro lotta, ed è dovere di tutti i lavoratori e di tutta la popolazione di Bari appoggiarli, e dei sindacati di mantenere una linea ferma contro il piano aziendale.
Invitiamo gli operai di tutte le fabbriche di Bari e della zona, i lavoratori di tutte le categorie, gli studenti, ad organizzare iniziative di solidarietà con gli operai della Bosch.

Bosch di Bari: respingere con la lotta il piano aziendale!

Nelle scorse settimane la direzione dello stabilimento Bosch di Bari ha annunciato un piano di esuberi di 850 unità (quasi la metà degli attuali 1890 dipendenti), in conseguenza di una previsione di mercato al ribasso sulla vendita dei prodotti (componenti per motori diesel, mercato in crisi a seguito dello scandalo dieselgate sulle emissioni truccate).

L’azienda ha presentato il 20 giugno un piano che prevede
– Rinnovo contratto di solidarietà secondo i criteri del jobs act; quindi con una consistente diminuzione del salario
– Riduzione progressiva dell’orario di lavoro fino a 30 a ore
– Contratto di prossimità, in deroga a tutti i contratti nazionali di lavoro e leggi in materia;
– Retribuzione diretta e indiretta differita proporzionalmente in base all’orario di lavoro ridotto. E quindi riduzione di tredicesima, quattordicesima e indennità varie;
– Maggiorazione turno e indennità di scorrimento congelate nel quinquennio 2018-2022.
Nelle assemblee svoltesi in fabbrica lo stesso 20 giugno in fabbrica l’atteggiamento dei sindacati non è stato per niente adeguato alla gravità della situazione:
Occorre sin da ora che i lavoratori mettano in atto iniziative di lotta!
Far passare il piano dell’azienda significherebbe non solo peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori della Bosch di Bari, ma anche stabilire un nuovo e pericoloso precedente nella riduzione dei diritti del lavoro portata avanti da multinazionali, aziende e governo. Si legittimerebbe infatti la deroga al CCNL ed alle normative del lavoro.

La situazione del lavoro in generale diviene sempre più grave, la riduzione se non l’eliminazione degli ammortizzatori sociali con il jobs act, le privatizzazioni, le delocalizzazioni, i licenziamenti, la riduzione dei salari anche in aziende con bilanci floridi (vedi caso Telecom), i licenziamenti punitivi di lavoratori che contestano le scelte aziendali…
Ma ci sono segnali che si può invertire la tendenza se c’è la determinazione a lottare. Il NO del 67% dei lavoratori nel referendum sulla proposta di piano di ristrutturazione di Alitalia ed il successo dello sciopero dei trasporti e della logistica del 16 giugno scorso sono segnali positivi (non per niente Renzi e Delrio hanno lanciato per l’ennesima volta anatemi contro il diritto di sciopero).

Occorre mettere in atto a Bari e nella regione una mobilitazione ampia e unitaria, contro il piano della Bosch, a sostegno di tutte le vertenze locali e su una serie di punti fondamentali per tutelare i diritti dei lavoratori.
– Contro i licenziamenti punitivi (per il ripristino dell’art. 18)
– Per il divieto dei licenziamenti nelle aziende con bilanci in positivo
– Per il divieto delle delocalizzazioni

Sosterremo le iniziative dei lavoratori della Bosch e facciamo appello a costruire una mobilitazione unitaria a difesa dei diritti del lavoro che coinvolga tutti i settori.
Invitiamo i lavoratori della Bosch, delle altre aziende e di tutti i settori a partecipare ed intervenire con le loro ragioni alla manifestazione unitaria promossa dai lavoratori del servizi sociali e dell’accoglienza e dai lavoratori agricoli del 30 giugno a Bari a Piazza Umberto alle ore 17.00

Costruire un’internazionale per la rivoluzione ed il comunismo

Cogliere le opportunità, costruire un’internazionale per la rivoluzione ed il comunismo

I – Lo stato attuale della Quarta Internazionale
A) La politica dei “partiti larghi”: un bilancio catastrofico
La direzione della QI ha rimpiazzato l’obiettivo strategico della costruzione di partiti rivoluzionari con quello dei “partiti larghi”. Un secolo dopo la rivoluzione russa, il principio “non c’è rivoluzione senza organizzazione rivoluzionaria” è superato? Noi non lo pensiamo. La direzione della QI si è esplicitamente data come obiettivo dagli ultimi congressi quello di costruire partiti “larghi”, senza delimitazioni programmatiche e strategiche chiare. Quali sono stati i risultati di questa linea politica?
Nel recente periodo, i fallimenti sono stati brucianti. Nello Stato spagnolo, Anticapitalistas si prepara a formare una maggioranza comune con Pablo Iglesias, adattandosi così ad una direzione burocratica che si prefigge esplicitamente di governare nel quadro delle istituzioni capitaliste. A furia di cercare di guadagnare influenza elettorale o mediatica, si arriva così a sacrificare il nostro obiettivo di rovesciamento del sistema capitalista.
L’esperienza di Syriza, anch’essa un tempo presentata come modello – al punto tale che la sezione greca che ha rifiutato di sostenerla è addirittura stata accusata al Comitato internazionale di essere contorivoluzionaria – ha costituito una catastrofe: quello che era presentato come un partito ed un governo “anti-austerità” si è rivelato come una macchina da guerra contro i lavoratori e contro i popoli.
Syriza sta conducendo da diversi anni una delle peggiori offensive che si siano mai viste da decenni contro la classe operaia e la gioventù.
Ma non sono che gli ultimi due esempi di una serie di catastrofi, di cui nessun bilancio è stato tratto. La lista è lunga: in Brasile con la partecipazione al governo Lula, in Italia dove i compagni avevano sostenuto in parlamento la formazione del governo Prodi e avevano votato il finanziamento delle spese militari, in Portogallo con il recente sostegno al governo del PS… I tratti comuni di questi fallimenti sono l’appoggio a delle forze politiche o dei governi che si posizionano nel quadro della gestione del capitalismo e la dissoluzione delle sezioni della QI.
E’ esattamente la linea della costruzione di “partiti larghi” invece che di partiti rivoluzionari che ha portato alla dissoluzione delle nostre forze in coalizioni riformiste. In effetti, perché costruire una corrente rivoluzionaria se non c’è un programma comunista rivoluzionario da difendere qui ed ora? La situazione attuale è allarmante: noi abbiamo assistito nel corso degli anni alla scomparsa, allo scioglimento o all’adattamento delle sezioni ad un ritmo accelerato. Si arriva porre la questione della nostra capacità di difendere il principio dell’indipendenza di classe, la capacità della nostra classe sociale ad agire indipendentemente dalla borghesia e dal suo Stato, quando viene dato appoggio ad un politico legato ad un partito borghese come Bernie Sanders, o ad una personalità estranea al movimento operaio come Pablo Iglesias.
B) “Nuova situazione, nuovo programma…” o attualità della rivoluzione e di un programma comunista rivoluzionario?
Perché la direzione della QI persevera da anni in questa politica malgrado il ripetersi di fallimenti? Essa ha implicitamente rinunciato all’attualità della rivoluzione: essa è divenuta un orizzonte lontano. Per la direzione, i rapporti di forza sono talmente sfavorevoli che i compiti attuali consistono a ricostruire una coscienza di classe elementare, a partire dalle lotte degli oppressi in reazione alla classe avversa. Non c’è bisogno di alcuna bussola rivoluzionaria, nessun bisogno di una battaglia organizzata per un programma di transizione, e per un programma comunista. E’ sufficiente raggruppare tutte quelle e tutti quelli che sono pronti a resistere, riformisti come rivoluzionari, per essere in grado di accumulare lentamente l’esperienza e le forze aspettando tempi migliori. E per farlo, lo strumento adottato è appunto il “partito largo”.
E’ la giustificazione per allearsi dappertutto a delle forze sociali che non sono neanche riformiste nel senso classico del termine. Delle forze senza alcuna base programmatica comunista e senza base sociale nella classe operaia.
Ciononostante, l’attualità e la necessità di un programma rivoluzionario è stata dimostrata dai processi rivoluzionari a Sud del Mediterraneo e dalla situazione greca: la radicalizzazione dello scontro di classe richiede delle risposte rivoluzionarie. Non era indispensabile difendere l’abolizione del debito, la requisizione delle banche e dei settori chiave dell’economia sotto controllo dei lavoratori? Queste parole d’ordine non sono riservate ai libri di storia sulla rivoluzione russa. La direzione della IV non ha sostenuto la sua sezione greca che ha tentato con le proprie forze di condurre una tale politica rivoluzionaria. Questa avrebbe implicato evidentemente una battaglia contro la direzione di Syriza. E’ precisamente questa battaglia che non è stata condotta: in nome della necessità di un “nuovo programma” e di un “nuovo partito” adattato alla “nuova situazione”, la direzione della QI ha al contrario appoggiato fino alla 25° ora Tsipras. (cfr. dichiarazione della IV agosto 2015). L’esempio della Grecia è illuminante nel dimostrare l’impossibilità di attuare una linea riformista nei periodi di crisi capitalista. Non soltanto il governo guidato da Syriza ha dimostrato di essere uno dei peggiori governi borghesi, ma Syriza stessa si è trasformata, in appena un anno circa, da riformista di sinistra in una socialdemocrazia borghese. La formazione del governo insieme ai borghesi nazionalisti di ANEL – che non è mai stata contestata da quelli che hanno poi formato Unità Popolare, il partito che viene attualmente sostenuto in Grecia dalla direzione della QI – l’inclusione nel governo di personalità politiche e amministrative provenienti dai due maggiori partiti borghesi Nuova Democrazia e Pasok, e soprattutto la rottura con la maggioranza della propria base sociale militante, hanno cambiato irreversibilmente il carattere di Syriza. Questo è un destino che condividono tutti i partiti riformisti che vogliono amministrare la crisi all’interno del quadro capitalista, malgrado le dichiarazioni di intenti dei propri leader. A questa conclusione la direzione della QI non è mai arrivata, parlando invece di un sorta di poco chiara “capitolazione” di Tsipras, senza alcun tipo di analisi di classe. La conseguenza pratica è la sua propensione a commettere gli stessi errori. Essa continua infatti oggi ad allearsi ed adattarsi alla politica di Iglesias oggi con l’intermediazione della maggioranza della sezione spagnola.
C) Una carenza militante ed un grave problema democratico
Le riunioni del Comitato internazionale della QI sono attualmente ridotte a dei dibattiti di analisi senza conseguenze nella pratica. I dibattiti si succedono senza che siano definite delle campagne coordinate su scala internazionale. Ciononostante ai quattro angoli del globo noi abbiamo dei compagni che conducono delle lotte che si contrappongono concretamente al capitalismo. Le discussioni di fondo devono essere nutrite dall’azione: i bilanci dell’attività delle sezioni dovrebbero nutrire la discussione, ed il confronto di idee dovrebbe condurre alla definizione di compiti comuni. Senza obiettivi comuni su scala internazionale e senza reciproco sostegno politico e materiale, è impossibile costruirsi al di là di una certa dimensione in ciascuno dei nostri paesi. Ma soprattutto, la nostra internazionale deve essere più che un club di scambi teorici, deve essere uno strumento per l’azione rivoluzionaria. Porsi insieme i problemi politici della lotta di classe su scala internazionale e riflettere insieme sui problemi che noi poniamo in ciascuno dei nostri paesi per cercare di risolverli insieme, ecco a cosa dovrebbe servire un “partito mondiale”. La costruzione di una tale organizzazione internazionale, avanzare in questa direzione, è un compito per l’oggi.
La recente esclusione da parte della maggioranza della sezione dello Stato spagnolo della minoranza di Anticapitalistas che contava il 20% al loro ultimo congresso e che hanno formato in seguito IZAR, rivela un grave problema democratico. E’ il rifiuto di accettare la critica dell’orientamento maggioritario della Quarta internazionale. Più grave, il rifiuto di dare loro la possibilità di esprimersi davanti al CI sotto pretesto di un veto della sezione è contrario a tutti i nostri principi di democrazia operaia: la possibilità di difendersi al momento di una esclusione esiste addirittura in tutta una serie di organizzazioni riformiste… ma essa non è valsa nella QI per i compagni di IZAR. Si è dunque preso atto che la maggioranza di una sezione poteva espellere come meglio gli pareva la sua minoranza… senza la minima possibilità di ricorso. Fortunatamente la maggioranza dei compagni della sezione francese non ha avuto questa visione autoritaria delle divergenze politiche e non ha agito nella stessa maniera con la loro minoranza ! I nostri compagni di Socialist Action Canada sono stati e sono attualmente vittime della stessa esclusione. C’è evidentemente una logica politica all’opera dietro queste espulsioni: le regole democratiche basilari sono messe da parte quando si tratta di compagni che sono in disaccordo, a sinistra, con la politica della direzione. Quest’ultima favorisce quindi il lavoro con dei gruppi esterni alla QI, ed esercita una pressione sulla sezione per isolarla, come in Grecia. La direzione della QI presenta spesso la nostra organizzazione internazionale come la tendenza internazionale “più democratica”. Le dichiarazioni d’intenti sono ben lontane dai fatti concreti. In effetti, di fronte a situazioni di scissioni per disaccordi politici, l’IST nello Stato spagnolo e la LIT in Brasile si sono dimostrati più aperti, e mantengono nei due casi delle relazioni con i differenti gruppi nati dalle scissioni.
Noi non possiamo più evitare i bilanci della linea politica difesa dalla maggioranza dell’ultimo congresso mondiale della IV nel 2010. Il prossimo CI deve effettivamente adottare l’avvio e stabilire la data del prossimo congresso mondiale che deve tenersi nel 2018.
II – Una situazione dove esistono delle occasioni di rafforzamento per i rivoluzionari e le idee comuniste.
Noi non condividiamo l’analisi della situazione che fa la direzione della QI. Se essa è effettivamente segnata da un’offensiva sempre più violenta della borghesia, è una situazione tuttavia contraddittoria e cela delle possibilità per i comunisti rivoluzionari di far ascoltare le loro idee e di rafforzarsi.
A) La caduta tendenziale del saggio di profitto: le radici della crisi.
Il problema fondamentale dei capitalisti resta l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto. La crisi ecologica si somma alla crisi economica ed il capitalismo è così in una situazione di crisi prolungata dalla quale non uscirà spontaneamente. Per restaurare il tasso di profitto, i capitalisti si vedono obbligati a sconvolgere i loro metodi di dominio, infliggendo una sconfitta storica alla classe operaia. E’ il senso dell’attuale offensiva capitalista. Le tensioni inter-imperialiste aumentano e gli interventi militari si moltiplicano. Il numero dei rifugiati aumenta vertiginosamente, il razzismo e la xenofobia sono apertamente incoraggiati dai governi di tutte le grandi potenze. La barbarie non è una possibilità prevedibile per il futuro, è la realtà per la maggior parte dell’umanità.
B) Direzioni tradizionali e “nuovi riformismi”: adattamento all’offensiva capitalista attuale
Invece di combattere l’offensiva capitalista, le direzioni tradizionali del movimento operaio vi si adattano. La socialdemocrazia è totalmente integrata all’apparato di Stato e le direzioni di provenienza stalinista accompagnano le politiche delle borghesie nazionali.
Questo enorme arretramento della socialdemocrazia e di formazione di partiti sul modello laburista non si limita all’Europa. E’ un fenomeno mondiale. In Canada, ad esempio, abbiamo visto la direzione del Nuovo Partito Democratico (NDP), legata ai sindacati, promettere una legge di bilancio “equilibrata”, quali fossero state le circostanze, durante la campagna per le elezioni federali dell’ottobre 2015. Una tale linea impedirebbe ad un governo dell’NPD di ritirare la maggior parte delle severe misure d’austerità introdotte dal precedente governo del Partito Conservatore di Stephen Harper. L’impasse politica dell’NPD e la posizione di “voto utile” di una gran parte della burocrazia sindacale, ha canalizzato il diffuso malcontento della classe operaia contro l’austerità su di una vittoria del Partito Liberale di Justin Trudeau, che ha per un breve periodo fatto finta di passare a sinistra dell’NPD.
Quanto alle correnti dette “populiste” in America del Sud, esse hanno dimostrato la loro incapacità a cambiare la situazione di fondo, esse rifiutano qualsiasi rottura sostanziale con l’imperialismo ed il capitale.
I cosiddetti “nuovi riformismi” sono un sintomo di politicizzazione, un riflesso dell’aumento delle lotte. Ma la politica di Syriza al potere mostra fino a che punto queste forze si sono adattate al capitalismo in crisi in un tempo record e sono pronte esse stesse a mettere in opera i piani della borghesia, senza avere d’altra parte il radicamento operaio di massa che avevano potuto acquisire i “vecchi” riformisti.
Le correnti anarchiche o autonome riescono ad intercettare una parte della rivolta della gioventù. Noi dobbiamo condurre una politica in direzione di queste correnti, talvolta con la possibilità di accordi tattici con alcune di esse. Ma non gli dobbiamo lasciare libero il terreno della radicalità, spiegando i limiti della loro politica.
C) Instabilità cronica del sistema, resistenze di massa e politicizzazione
I rapporti di forza sono certamente sfavorevoli. Ma delle resistenze di massa agitano tutti i continenti. La crisi del sistema nutre una instabilità politica cronica.
La violenza dell’offensiva capitalista provoca dei fenomeni di regressione sociale e politica. La sinistra tradizionale, quando giunge al governo, conduce l’offensiva capitalista ed apre la strada all’estrema destra. Ma questo è lungi dall’essere il sentimento maggioritario nella classe operaia. Nella base elettorale di queste correnti di estrema destra, si trova tuttavia un numero significativo di lavoratori, che sono stati le prime vittime del capitalismo. Una risposta seria della classe operaia che riportasse delle vittorie significative potrebbe riconquistare numerosi fra quelli che sono stati momentaneamente catturati dalla demagogia dell’estrema destra.
L’effetto dell’offensiva nel quadro della crisi non è unilaterale. Essa suscita ugualmente delle resistenze massicce ed una nuova politicizzazione. Questa dinamica di polarizzazione è ben rappresentata dall’elezione di Trump: se egli simbolizza la politica sempre più reazionaria delle classi dirigenti, egli è stato eletto in una situazione dove le mobilitazioni sono in aumento e dove l’interesse per le idee socialiste sono al loro apice dopo decenni nella principale potenza mondiale. Allo stesso modo, su scala internazionale, le possibilità di esplosione sociale e di lotte collettive aumentano.
C’è in settori significativi della classe operaia e della gioventù una percezione che questo sistema è marcio e ci conduce alla catastrofe. Nella maggioranza dei casi, le masse in lotta nutrono un rifiuto ed un profondo disgusto per il sistema capitalista, senza avere idea ci come rimpiazzarlo e con cosa. Noi non assistiamo solamente a delle lotte in risposta meccanica a degli attacchi, ma anche a dei processi di accumulazione di esperienze, di politicizzazione, di raggruppamento e di organizzazione. Le mobilitazioni nazionali massicce contro la messa in discussione del Codice del Lavoro in Francia, la lotta dei lavoratori con bassi salari per il diritto a formare un sindacato ed un salario minimo di 15 dollari e la crescita di Black Lives Matter negli Stati Uniti, le mobilitazioni studentesche senza precedenti in Quebec, gli scioperi massicci dei lavoratori in Asia, in particolare in Cina ed India… ma allo stesso modo il rinnovato interesse per il socialismo che mostra la doppia vittoria di Jeremy Corbyn alla direzione del Labour Party britannico, così come l’aumento di interesse per le idee socialiste negli Stati Uniti indicano che gli elementi di una presa di coscienza anti-capitalista sono presenti. E’ un processo molto ineguale e limitato. Sono principalmente delle correnti ostili al socialismo che sono nutrite da questo profondo malcontento. L’influenza elettorale del FIT in Argentina, o le ricomposizioni nel movimento sindacale in Africa del Sud, malgrado i limiti di queste due esperienze, ma soprattutto la riconquista di interesse per il “socialismo” negli Stati Uniti indicano tuttavia che le idee anticapitaliste possono conquistare un uditorio di massa.
III – La classe operia gioca sempre un ruolo centrale
Una visione largamente condivisa negli ambienti militanti contribuisce a nutrire lo scetticismo sull’attualità della rivoluzione: l’offensiva neoliberista avrebbe talmente precarizzato e indebolito la classe operaia che essa non giocherebbe più un ruolo centrale.
In realtà, la classe operaia è globalmente oggi più numerosa che mai: basti dire che in Corea del Sud oggi ci sono più lavoratori salariati che nel mondo intero all’epoca di Marx. La classe operaia che dal nostro punto di vista è composta da lavoratori salariati che non esercitano un potere gerarchico, costituisce oggi fra l’80 ed il 90% della popolazione nei paesi più industrializzati e circa la metà della popolazione mondiale.
Globalmente, il numero dei lavoratori industriali è passato da 490 milioni nel mondo nel 1991 a 715 milioni nel 2012 (cifre dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro). Il ritmo di crescita dell’industria è stato allo stesso modo superiore a quello dei servizi fra il 2004 ed il 2012! Non è stato il settore industriale a diminuire ma quello agricolo, passando dal 44 al 32 % della forza lavoro globale.
E’ vero che la classe operaia industriale è regredita numericamente nelle vecchie potenze capitaliste. Ma il suo ruolo nella lotta di classe è ben lungi dall’essere secondario, come hanno dimostrato ad esempio i ferrovieri e le raffinerie in Francia negli scioperi di massa del 2010 e 2016. E la proletarizzazione dei servizi ha creato nuovi settori di salariati nelle vecchie metropoli capitaliste che hanno recentemente testato la loro combattività come nel settore delle pulizie (ad esempio gli storici scioperi nei Paesi Bassi nel 2010 e 2012), o nella grande distribuzione ed i fast food con il movimento Fight for 15 negli Stati Uniti.
Non è vero che lo sviluppo della precarietà ha reso la classe operaia incapace di condurre delle lotte significative e di giocare un ruolo rivoluzionario. Nel passato, una condizione del proletariato ben più precaria di oggi e l’assenza di grande industria non avevano impedito agli operai parigini di prendere il potere all’epoca della Comune… e oggi i lavoratori trovano il cammino delle mobilitazioni malgrado gli ostacoli creati dall’offensiva capitalista: il più grande sciopero in Francia da decenni, in termini numerici e di durata, è stato lo sciopero dei Sans-papiers del 2009-2010, che ha coinvolto 6000 scioperanti, fra i quali 1500 interinali organizzati in comitato di sciopero, su 10 mesi. Lo sciopero generale in Guadalupa nel 2009 ha dimostrato la capacità dei lavoratori di federare gli oppressi e di minacciare il potere.
Operando un ridislocamento internazionale dell’industria, la mondializzazione capitalista ha creato delle nuove classi operaie nei paesi del Sud, di cui le mobilitazioni recenti hanno dimostrato il potenziale: l’ondata di scioperi che conosce la Cina dal 2010, gli scioperi massicci di Bursa in Turchia nel 2015, la formazione di sindacati di massa combattivi in Indonesia, il ruolo del movimento sindacale e degli scioperi di massa nelle dimissioni della Presidente del consiglio dei ministri in Corea del Sud alla fine del 2016…
Queste lotte si svolgono essenzialmente sotto l’egida delle direzioni sindacali. Affinché queste lotte si orientino sulla rimessa in discussione del sistema, è necessario ricostruire una direzione operaia classista su scala internazionale. Costruire quest’ala classista del movimento operaio, indipendente dalle direzioni sindacali, capace in particolare di suscitare la costruzione di strutture di autorganizzazione, di comitati di sciopero, è un compito centrale per una internazionale rivoluzionaria. Delle differenziazioni o delle rotture in seno al movimento operaio indicano che nuove possibilità si aprono: processo di creazione di una nuova confederazione sindacale in rottura con l’ANC in Africa del Sud, differenziazioni all’interno della CGT in Francia e discussioni in vista della formazione di un “polo operaio” classista in seguito al movimento sulla Loi Travail…
Se si tiene conto di tutte queste evoluzioni, la classe operaia mondiale non ha mai avuto un ruolo potenzialmente così forte. Tutti i settori della classe operaia non hanno lo stesso peso specifico nell’apparato di produzione e non sono tutti in grado di svolgere lo stesso ruolo, e noi dobbiamo tenerne conto nei nostri sforzi di radicamento. Ma i rivoluzionari devono prendere sul serio il ruolo centrale della classe operaia e sviluppare un intervento politico sistematico nella sua direzione. Questo compito dovrebbe essere preso in carico non soltanto dalle sezioni nazionali ma essere oggetto di discussioni regolari a livello internazionale.
IV – Quello che noi proponiamo
A) Costruire dei partiti rivoluzionari d’avanguardia: l’attualità del leninismo.
Ecco come Lenin ne “L’estremismo: la malattia infantile del comunismo” definiva la disciplina del partito, come si forma una organizzazione di quadri per la rivoluzione, all’opposto della visione caricaturale degli stalinisti:
“Ed innanzitutto si pone la questione: cosa cementa la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? Chi la controlla? Chi la puntella? E’, prima di tutto, la coscienza dell’avanguardia proletaria e della sua devozione alla rivoluzione, la sua fermezza, il suo spirito di sacrificio, il suo eroismo. E’, in secondo luogo, la sua attitudine a legarsi, ad avvicinarsi e, se volete, a fondersi fino ad un certo punto con la massa più larga dei lavoratori, prima con la massa proletaria, ma anche con la massa dei lavoratori non proletari. Terzo, è l’esattezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, l’esattezza della sua strategia e della sua tattica politica, a condizione che le grandi masse si convincano che queste siano quelle giuste con la loro stessa esperienza. In mancanza di queste condizioni, in un partito rivoluzionario realmente capace di essere il partito della classe d’avanguardia chiamato a rovesciare la borghesia ed a trasformare la società, la disciplina è irrealizzabile. Se queste condizioni mancano, ogni tentativo di creare questa disciplina si riduce inevitabilmente a delle frasi vuote, a delle parole, a delle smorfie. Ma, d’altra parte, queste condizioni non possono sorgere improvvisamente. Esse non si elaborano che a prezzo di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione è facilitata da una giusta teoria rivoluzionaria che non è un dogma, e che si forma definitivamente in un legame stretto con la pratica di un movimento realmente di massa e realmente rivoluzionario.”
“Non c’è rivoluzione senza organizzazione rivoluzionaria”. Questo comporta una diversità delle tattiche che possono adottare i rivoluzionari nella costruzione dei loro partiti in funzione di paesi e delle diverse situazioni, ma costruire dei partiti rivoluzionari, delle organizzazioni per la presa del potere ed il comunismo resta l’obiettivo strategico.
Per costruire delle organizzazioni rivoluzionarie che non si accontentino di proclamare dei principi, noi ci diamo come obiettivo costruire un partito di quadri capaci di dar vita a questi principi programmatici, che significa cercare di dare i mezzi a tutte e tutti i nostri militanti di acquisire il livello di formazione il più elevato possibile per svolgere un ruolo nella distruzione del capitalismo e la costruzione di un’altra società. Ma questa formazione deve essere coerente con la nostra pratica militante. Per essere in grado di finirla con questo sistema che genera sfruttamento ed oppressione, noi dobbiamo ridurre al massimo la separazione fra la sfera privata e la sfera politica. Questa separazione è il prodotto del sistema capitalista nel quale viviamo. Contro questa logica di “separazione”, noi ci consacriamo coscientemente alla prospettiva della rivoluzione e noi la mettiamo in coerenza con le nostre scelte ed i nostri modelli di vita. Questo è l’esatto contrario della frustrazione del singolo individuo, è al contrario l’emancipazione e l’associazione al libero arbitrio e controcorrente rispetto all’ideologia dominante veicolata dallo Stato, la scuola, la famiglia, di raggrupparsi per raggiungere un obiettivo comune: la distruzione del sistema capitalista, fatto di sfruttamento e di oppressione per costruire un’altra società, la società comunista.
La ricerca di un radicamento nella classe operaia e nei settori oppressi è decisiva e deve fare oggetto di discussioni sistematiche e di strumenti specifici. L’attualità dello sciopero generale insurrezionale come “ipotesi strategica” principale nella maggior parte delle regioni del globo, la nostra analisi del ruolo centrale della classe operaia devono così avere immediatamente delle conseguenze pratiche, nelle nostre sezioni e su scala internazionale. Che vogliamo dire? Vuol dire che abbiamo una politica volontarista attiva di radicamento nei settori chiave dell’economia capitalista. Che va fatto uno sforzo in ognuna delle sezioni in questo senso, ma anche che l’internazionale aiuti a raggiungere questo obiettivo partecipando allo sforzo. Attraverso un apporto teorico, ma anche di centralizzazione dell’informazione. Questo vuol dire anche che noi sviluppiamo in maniera sistematica un intervento politico indipendente in direzione della nostra classe.
Tutti i rivoluzionari devono riflettere su come lottare allo stesso tempo contro l’austerità e contro il sistema capitalista ed il patriarcato. La sola maniera di difendere le nostre conquiste sociali e di conquistarne di nuovi è sempre la mobilitazione della classe operaia e della gioventù. Tutti i diritti sociali sono stati conquistati con la lotta. La storia del 20° secolo lo dimostra. I diritti dei lavoratori e delle donne non sono stati ottenuti con le elezioni ma con gli scioperi e le mobilitazioni. In questo senso, il nostro compito principale è di ricostruire la coscienza di classe. La maniera più efficace per farlo è rendere evidente lo scontro fra gli interessi della classe operaia con quelli della borghesia. Le lotte, le manifestazioni, le occupazioni, le assemblee, gli scioperi, sono gli strumenti migliori per aumentare il livello di coscienza degli oppressi. Noi non possiamo certo ignorare le elezioni, ma dobbiamo considerarle in maniera subordinata alle mobilitazioni. Nella nostra strategia, le elezioni non sono un fine in sé, ma un mezzo per rafforzare la mobilitazione della nostra classe, allo scopo di elevarne la coscienza. I lavoratori ed i giovani devono condurre delle lotte contro tutte le oppressioni e legarle alla lotta per l’emancipazione della classe. Ad esempio, è necessario che le organizzazioni di massa del movimento operaio includano nelle loro piattaforme delle rivendicazioni quali “ad uguale lavoro, uguale salario”, il rispetto dei diritti delle persone LGBT e la socializzazione del lavoro di riproduzione sociale.
L’ipotesi strategica che noi difendiamo per mettere fine al capitalismo è una serie ininterrotta di mobilitazioni che rendano la classe operaia cosciente della necessità di prendere il potere per costruire il socialismo. Noi non facciamo dello sciopero un feticcio, ma esso costituisce uno strumento essenziale per aumentare la fiducia dei lavoratori nelle proprie forze. Gli scioperi sono delle scuole di lotta perché costituiscono dei momenti nei quali la classe operaia può autorganizzarsi ed allo stesso tempo sono uno strumento di conflitto. Noi, rivoluzionari, non possiamo ignorare le lotte di oggi anche se esse sono piccole. Al contrario, dobbiamo prendervi parte.
Una internazionale rivoluzionaria che non abbia come priorità la gioventù, è un’internazionale destinata a scomparire. La gioventù gioca sempre un ruolo d’avanguardia tattica. Questa teoria sviluppata da E. Mandel è sempre d’attualità. Che si considerino i processi delle rivoluzioni arabe, passando per le mobilitazioni in America latina, in Messico ed in Cile, ma anche in Francia all’epoca del CPE, e verosimilmente presto negli Stati Uniti nelle mobilitazioni anti – Trump. Il suo ruolo nelle lotte è sempre primordiale, ed il reclutamento nella gioventù è semplicemente vitale per ogni organizzazione rivoluzionaria. Essere conseguenti con questa affermazione non significa abbandonare molteplici acquisizioni teoriche e d’intervento della nostra corrente. Noi difendiamo l’autonomia della gioventù, un’autonomia subordinata al proletariato ed ai suoi interessi storici ma con delle forme di organizzazione, non indipendenti ma autonome dalle organizzazioni del movimento operaio e dai partiti che noi costruiamo. Noi ci prefissiamo quindi, quando è possibile, l’obiettivo di costruire delle organizzazioni rivoluzionarie della gioventù. I settori giovani nei nostri partiti sono uno stadio intermedio per raggiungere questo obiettivo. Noi dobbiamo d’altro canto avere un orientamento specifico per quanto riguarda la gioventù scolarizzata. Si tratta di un settore della gioventù che partecipa attivamente agli sconvolgimenti nell’epoca dei processi rivoluzionari. Il campo internazionale dei giovani gioca quindi un ruolo fondamentale nel quadro di questa politica. Ma non deve trasformarsi in un luogo escludente per le voci discordanti rispetto alla direzione della QI. Il divieto di far partecipare il settore giovani dell’NPA all’ultimo campeggio mostra una debolezza teorica e militante inquietante. Così come il rifiuto di permettere a quattro compagni di IZAR possano semplicemente entrare per tenere un workshop all’interno del campo, obbligando questi ultimi, di cui alcuni che costruiscono la IV da 15 anni, a dover tenere il loro workshop sul parcheggio con più di 70 giovani che volevano comprendere, dibattere, fare degli scambi. Questi episodi sono sintomatici di un settarismo sclerotizzato che forma di fatto dei giovani che si abituano a queste pratiche sotto pretesto di purezza ideologica e di lotta contro il “frazionismo”.
Non c’è muraglia cinese fra quello che difendiamo come progetto di società: il comunismo ed il partito che noi cerchiamo di costruire. Deve esserci una coerenza fra questi due elementi. Il nostro partito non sarà un isolotto di comunismo poiché esso vive e si sviluppa nel quadro dei rapporti sociali determinati dal sistema capitalista ed il patriarcato. Ma noi dobbiamo avvicinarci quanto più è possibile. Questo riguarda sicuramente i rapporti militanti che devono rispettare i principi democratici e non contraddire il nostro programma di lotta contro tutte le oppressioni. Ma al di là di questo, è l’associazione liberamente scelta di uomini e donne che lottano per il comunismo e che è retta da rapporti che non possono essere contraddittori con questi principi di emancipazione. Che combattono ogni forma di “separazione” prodotta dal capitale tra lavoro intellettuale e manuale, fra gli uomini e le donne, fra i nazionali e gli stranieri, fra la sfera privata e politica… che rifiuta ogni forma di tabu all’interno dell’organizzazione, ma che costruisce al contrario, grazie al dibattito ed alla verifica con la pratica, una unità programmatica e d’intervento dell’insieme dei suoi membri.
B) Difendere un programma di transizione per il 21° secolo
La QI dovrebbe difendere un insieme di misure-chiave, un processo transitorio che parta dalle rivendicazioni quotidiane, le leghi alla questione del potere ed all’aspirazione ad un’altra società. In definitiva, legare le lotte attuali alla messa in discussione dei pilastri del sistema capitalista.
Uno dei primi assi di questo programma: l’espropriazione dei settori chiave dell’economia. Le crisi bancarie ed i piani di salvataggio hanno aperto una nuova possibilità di spiegare in maniera popolare la necessità di requisire le banche. Il fallimento delle imprese, i licenziamenti di massa e le lotte che generano ci danno allo stesso modo la possibilità di rimettere all’ordine del giorno la lotta per il controllo operaio e per spiegare la necessità di espropriare i grossi mezzi di produzione, di comunicazione e di trasporto. Un processo transitorio, è quello ad esempio di legare il divieto dei licenziamenti con il controllo da parte degli stessi lavoratori dell’impiego.
Le risorse fossili e minerarie non sono infinite. Il picco massimo d’estrazione sarà presto raggiunto nei prossimi anni. Il capitalismo con la sua logica strutturale mira a consumare sempre di più: sempre più materie prime ed energia. L’obiettivo del capitalismo è di produrre sempre più e di fare sempre più profitti. Il capitalismo non può essere “verde”. Il capitalismo distrugge il nostro ambiente e le sue specie. Esso distrugge il nostro pianeta. Ma su questo, ancora, non può esserci un’ecologia coerente, senza una lotta conseguente contro il capitalismo e senza la comprensione che il solo soggetto che può farla finita con il capitalismo ed il disastro ecologico che esso genera: la classe operaia. Se noi condividiamo questa analisi, noi ne dobbiamo trarre le conseguenze, di radicamento, di intervento, di orientamento. In effetti, è la classe operaia alleata con altri settori che è capace di imporsi di fronte alla catastrofe ecologica. Con un programma di transizione ecologica anticapitalista, incentrato sulla messa in discussione dell’uso delle energie fossili e del nucleare e sulla necessità della pianificazione dell’economia su scala internazionale.
Il mondo capitalista resta strutturato, organizzato dall’imperialismo, i cui interessi non sono mai legati da nessun impegno rispetto ad alcun popolo, anche se eccezionalmente esso può fare la scelta di sostenere tale o talaltra lotta con i propri metodi ed i propri obiettivi.
L’antimperialismo deve costituire un asse centrale della nostra propaganda e della nostra attività: noi ci posizioniamo contro ogni intervento imperialista e per il ritiro delle truppe imperialiste. Ma questo non vuol dire che essere solidali ad esempio con il Popolo kurdo implichi eludere la responsabilità centrale dell’imperialismo nello sviluppo delle correnti reazionarie come lo Stato Islamico. E le situazioni che vivono i popoli della regione. Senza d’altra parte negare che queste correnti reazionarie abbiano la loro propria logica ed autonomia. Noi dovevamo e dobbiamo quindi partecipare alle manifestazioni in difesa del popolo Kurdo, legando questa difesa incondizionata con il nostro rifiuto senza ambiguità all’intervento imperialista. E’ per questo che noi non sottoscriviamo appelli per manifestazioni che chiedono ai nostri governi di fornire armi ai Kurdi. Noi non diamo l’illusione che la nostra borghesia possa difendere i popoli della regione.
Di fronte all’imperialismo del nostro paese, non tocca a noi suscitare illusioni sul tema: niente armi e niente bombe. E’ esattamente invece quello che è successo ai deputati dell’Alleanza rosso-verde fra i quali membri della IV che hanno votato in parlamento i crediti di guerra con il pretesto che questo avrebbe permesso di inviare armi, e che si sono dovuti confrontare alla seconda tappa, l’unica realmente importante per il governo danese come per gli altri: l’invio di F-16 danesi che oggi bombardano l’Irak al fianco degli Stati Uniti e della Francia.
Le classi operaie che si solleveranno dovranno scontrarsi allo stesso tempo con il “proprio” apparato di Stato nazionale ed alle istituzioni internazionali imperialiste come l’UE. “Il principale nemico è a casa propria” significa allo stesso modo che noi dobbiamo batterci simultaneamente contro le coalizioni imperialiste internazionali alle quali le nostre borghesie nazionali partecipano. Restando fermamente contrari ad ogni alternativa capitalista nazionalista, sappiamo che una politica anticapitalista è incompatibile con l’UE.
Noi sappiamo che la lotta contro l’imperialismo, il razzismo, l’austerità e la dominazione capitalista non è una lotta che può essere condotta a livello di un solo paese. Essa non può neanche essere portata avanti senza rompere con la politica al servizio dei capitalisti , dell’UE e della BCE, con l’Europa della finanza. Combattere contro il potere delle nostre borghesie nazionali è rompere con le istituzioni dell’Unione europea.
Contro l’Europa della troika noi difendiamo una solidarietà internazionale per un’Europa socialista dei lavoratori e dei popoli.
L’imposizione dell’austerità su scala mondiale è inseparabile dalla crescita corrispondente delle guerre e degli interventi imperialisti.
Noi assistiamo quasi quotidianamente a bombardamenti intensivi e assassinii di massa, a guerre di eserciti privati o di mercenari, guerre di droni, guerre di sanzioni e di embarghi e guerre quasi segrete, condotte dagli Stati Uniti, la sola superpotenza mondiale, con i suoi alleati storici europei. Come nel caso del Comando USA in Africa (Africom), che sta ricolonizzando e saccheggiando l’Africa.
L’imperialismo francese allo stesso modo, come altre vecchie potenze coloniali europee, interviene sempre di più in Africa e altrove per consolidare e accrescere i suoi interessi.
Non esistono “guerre umanitarie” condotte dall’imperialismo. Non ce ne sono mai state. La definizione stessa è una contraddizione in termini per i rivoluzionari, la cui ragion d’essere è nell’opposizione ad ogni intervento e guerra imperialista.
Il sostegno incondizionato al diritto dei popoli e delle nazioni oppresse alla propria autodeterminazione è un principio socialista rivoluzionario fondamentale. La QI deve rifiutare incondizionatamente tutti gli appelli all’imperialismo per sconfiggere i tiranni ed i dittatori locali. Questo “aiuto” ha inevitabilmente delle conseguenze, delle conseguenze mortali che assomigliano più ad una corda al collo che a qualsiasi forma di assistenza “benevola” o “democratica”.
La liberazione degli oppressi non può essere condotta se non dalle loro proprie organizzazioni di massa indipendenti e attraverso la costruzione, al momento opportuno e quali che siano le difficoltà imposte dalle circostanze, di partiti socialisti rivoluzionari di tipo leninista.
Il rifiuto dell’intervento imperialista, sotto qualsiasi forma, è il prerequisito di lotte di liberazione nazionale vittoriose, e di qualsiasi altro tipo di vittoria. Liberati dal giogo imperialista, le nazioni oppresse sono meglio posizionate per determinare il proprio futuro e per sfidare efficacemente la propria borghesia. Di fronte alle incessanti guerre di conquista imperialiste, le rivendicazioni centrali della QI in materia devono concentrarsi sulla parola d’ordine del “ritiro immediato delle truppe!” e “autodeterminazione per tutte le nazioni oppresse!”
Noi difendiamo il diritto dei popoli alla loro autodeterminazione. Ma noi non ci collochiamo sotto la direzione di qualsiasi borghesia nazionale, anche se si tratta della borghesia di una nazione oppressa. Nelle nazioni oppresse, noi difendiamo un equilibrio tra la lotta democratica per il diritto all’autodeterminazione e la lotta per una società senza classi. Questo significa che, in funzione della nostra strategia, la lotta per l’emancipazione nazionale può essere utile per l’emancipazione della classe operaia, solamente quando la classe operaia dirige la lotta. Per questo, noi dobbiamo mantenere un’indipendenza di classe in rapporto alla borghesia delle nazioni oppresse. Ad esempio, la lotta per il diritto all’autodeterminazione delle nazioni oppresse dallo Stato spagnolo può essere un trampolino di lancio nella lotta contro il capitalismo se la nostra classe vi gioca un ruolo dirigente.
Questo programma, non è una piattaforma elettorale, un programma di governo. Noi spieghiamo che non può essere imposto che con una mobilitazione d’insieme della classe operaia e degli oppressi, che porta al potere un governo di lavoratori che distrugge lo Stato borghese appoggiandosi sugli organi di autorganizzazione nati dalla mobilitazione della nostra classe alleata agli oppressi.
C) Costruire un’internazionale rivoluzionaria
Noi insistiamo, noi dobbiamo fissarci l’obiettivo di costruire un’internazionale militante, una organizzazione capace di condurre delle campagne coordinate su scala internazionale. Seppur con delle forze modeste, una organizzazione radicata in diversi paesi che agisce in maniera coordinata può moltiplicare l’efficacia del suo intervento.
La nostra internazionale deve rimettere all’ordine del giorno la discussione di un programma comunista rivoluzionario che si confronti alla realtà del capitalismo del 21° secolo, invece di discussioni teoriche senza legami fra loro e disconnesse dalla pratica.
Noi non possiamo incarnare da soli l’internazionale comunista rivoluzionaria. Noi dobbiamo cercare di raggruppare i rivoluzionari provenienti dalle diverse tradizioni, a partire da un accordo sulla situazione ed i compiti. E’ attraverso una pratica comune che le discussioni politiche posso produrre dei raggruppamenti. Raggruppare i rivoluzionari su scala internazionale dovrebbe far parte degli obiettivi in discussione nella QI. La costruzione di una internazionale rivoluzionaria capace di esercitare una influenza significativa non passerà unicamente attraverso il rafforzamento della nostra organizzazione: la QI potrebbe proporre agli altri gruppi rivoluzionari nazionali o internazionali di avviare delle discussioni riguardanti le risposta da apportare alla crisi del capitalismo, su campagne comuni da condurre e sul tipo di organizzazione da costruire.
Noi sappiamo che questa politica di ricerca di discussione con altre tradizioni non porterà sul breve periodo a degli avvicinamenti rapidi, tenuto conto della convinzione delle direzioni trotskyste delle differenti internazionali della giustezza delle loro posizioni programmatiche e tattiche. Inoltre, la convinzione che bisogna costruire intorno al proprio gruppo è la regole nell’insieme delle internazionali. D’altronde, noi dobbiamo essere coscienti che noi non costruiremo una internazionale per la rivoluzione ed il comunismo attraverso una lenta accumulazione di forze intorno a noi. Noi abbiamo sempre qualcosa da imparare dalle differenti tradizioni rivoluzionarie Trotskyste ed anche altrove. Esistono delle esperienze e dei militanti e delle militanti di valore in numerose correnti ed organizzazioni. E’ attraverso un dibattito teorico e programmatico in stretta relazione con l’intervento sul terreno della lotta di classe che si produrranno le esplosioni, raggruppamenti e ricomposizioni a livello nazionale ed internazionale.
Conclusione provvisoria
Questo contributo è la base di un primo raggruppamento per lanciare i dibattiti del prossimo congresso. Noi difendiamo l’attualità di una internazionale che sappia cogliere le occasioni che la situazione fornisce e che sia un’internazionale per la rivoluzione ed il comunismo. A partire dagli assi politici di questo documento noi vogliamo lanciare un ampio dibattito aperto alle correnti rivoluzionarie dentro e fuori la QI. Noi contiamo di difendere queste idee nel quadro del Comitato Internazionale e nella prospettiva del prossimo congresso della QI che non può più essere rimandato, deve svolgersi nel 2018! Per questo noi ci impegniamo in un dibattito con tutte e tutti i compagni, tutte le sezioni che lo vogliano nella QI. Noi vogliamo che questo dibattito rispetti le divergenze e serva a rafforzare la nostra internazionale in un contesto di crisi del capitalismo. Noi organizzeremo per questo una conferenza internazionale che sia una tappa supplementare nella discussione e nel raggruppamento per condurre questo dibattito di fronte all’attuale maggioranza della direzione della QI. Ma più in generale, per rafforzare una corrente la più ampia possibile che difenda la prospettiva e l’attualità della costruzione di una internazionale per la rivoluzione ed il comunismo.

Xavier Guessou, Comitato Politico Nazionale NPA
Armelle Pertus, Comitato Esecutivo NPA
Gaël Quirante, Comitato Esecutivo NPA
Juliette Stein, Comitato Politico Nazionale NPA
Mariajo Teruel, direzione politica nazionale (IZAR-Malaga)
Javier Castillo, direzione politica nazionale (IZAR-Madrid)
Tomás Martínez, direzione politica nazionale (IZAR-Almería)
Rubén Quirante, direzione politica nazionale (IZAR-Granada)
Jeff Mackler, Segretario nazionale Socialist Action
Michael Schreiber, editore di Socialist Action
Christine Marie, Comitato politico, Socialist Action
Barry Weisleder, Segretario federale, Socialist Action/Ligue pour l’Action Socialiste
Elizabeth Byce, tesoriere federale SA/LAS
Julius Arscott, comitato centrale, SA/LAS
Giuseppe Caretta, Collettivo Guevara
Angelo Cardone, Collettivo Guevara
Kleanthis Antoniou, Esecutivo OKDE-Spartakos
Taxiarhis Efstathiou, Comitato centrale OKDE-Spartakos, Coordinamento nazionale ANTARSYA, Consiglio generale ADEDY Confederazione nazionale lavoratori del settore pubblico)
Fani Oikonomidou, Esecutivo OKDE-Spartakos
Manos Skoufoglou, Comitato centrale OKDE-Spartakos, Comitato centrale di coordinamento ANTARSYA
Kostas Skordoulis, Commissioanzia di garanzia OKDE-Spartakos

Dieselgate

Se tutto quello di cui si accusa la FIAT Chrysler fosse vero, ossia di aver truccato i dati di emissione dei veicoli per aumentare il proprio profitto, è evidente che molti lavoratori e lavoratrici si troverebbero in una situazione catastrofica senza avere nessuna colpa se non quella di lavorare per aziende dirette da personaggi come Marchionne, che farebbero i manager strapagati con metodi al limite del delinquenziale (sempre se le accuse si rivelassero fondate).
Ci sono sigle sindacali come la UILM, l’UGL ecc. e certi partiti politici, che si precipitano a stringersi attorno a questi manager, a dimostrazione di eterna fedeltà, a sostegno del fatto che molti lavoratori perderebbero il posto di lavoro e quindi, così facendo, queste sigle/partiti, diventano portabandiera di unl sistema di ricatto capitale-ambiente-lavoro che ha determinato INGIUSTI licenziamenti finanziari a cui parecchi governi italiani hanno dato una mano attraverso legislazioni che cancellano la dignità e i diritti del lavoro dipendente.
Tutto questo è causato da un dogma politico : non si devono assolutamente mettere le imprese di fronte alle proprie responsabilità sociali. Le aziende devono solo essere aiutate coi soldi pubblici, soprattutto in ottica di produttività (es. aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro quindi cancellazione delle pause fisiologiche) e di creazione di infrastrutture a loro funzionali (anche a discapito dell’ambiente).
Temo che se dovesse essere confermata l’accusa di EPA a FCA, questi manager (eletti politicamente ad eroi nazionali da tutta una parte politica e sindacale italiana) verranno a bussare alle porte delle casse statali, pagate soprattutto dal lavoro dipendente e che verranno aiutati per non far perdere “posti di lavoro”. Ai lavoratori poi verranno chiesti sacrifici perchè la situazione è molto critica e tutti i problemi si risolverebbero, secondo questi manager-eroi e questi sindacalisti/politici responsabili e moderni, peggiorando le condizioni economiche e di lavoro di chi deve portare il panino a casa per far campare le proprie famiglie.
La “volubilità dei mercati”, tanto decantata dagli industrialoni e dagli industrialotti, non è un qualcosa di estemporaneo ma frutto di scelte gestionali sbagliate (quando c’è buona fede) o delinquenziali (dieselgate). Non dipende dall’art. 18, dalle pause fisiologiche e dalle assemblee dei lavoratori. Che paghi chi deve pagare.

Con i lavoratori Telecom in lotta!

Solidarietà ai lavoratori Telecom
Riconquistare salario e diritti
Allargare la lotta a tutte le categorie!
Sosteniamo con forza la mobilitazione unitaria dei lavoratori Tim contro il piano dell’azienda di disdire da gennaio 2017 il contratto di secondo livello. Vale a dire una riduzione considerevole dei non certo ricchi salari.
L’azienda non può neanche sostenere che questi tagli siano dovuti ad una situazione critica dei propri bilanci. Anzi, per il conseguimento dell’obiettivo del taglio dei costi per i dipendenti viene stabilita l’erogazione di un bonus di 55 milioni di euro all’amministratore delegato Flavio Cattaneo.
Ecco quindi chiaro l’intento dell’azienda, umiliare i lavoratori togliendogli salario e diritti!
Ma da anni in tutte le aziende, nel pubblico e nel privato, è in atto un processo di riduzione progressiva di stipendi e diritti acquisiti. In molte aziende è prassi consolidata non riconoscere la contrattazione di secondo livello ai nuovi assunti.
Ecco perché è dovere di tutti i lavoratori, anche di altre categorie, sostenere la lotta dei lavoratori TIM, per fermare questi attacchi e per riconquistare il salario ed i diritti che nel corso degli ultimi anni ci siamo fatti togliere!

NO alla riforma costituzionale!

No alla riforma costituzionale!
Il 4 dicembre votiamo NO ad una riforma accentratrice e autoritaria e costruiamo l’opposizione di sinistra al governo!
Non siamo tra quelli che ritengono che diritti e conquiste sociali possano essere acquisiti o difesi semplicemente con un voto, Ne’ fra coloro che ritengono la costituzione della repubblica l’emblema dei diritti del lavoro. L’esistenza della Costituzione non ha infatti impedito le controriforme su scuola e università, pensioni, welfare; non ha impedito la precarizzazione del lavoro e l’abbassamento del reddito dei lavoratori. Solo un’azione organizzata della classe operia con scioperi, manifestazioni, dure lotte, avrebbe potuto impedire questi attacchi. E solo una mobilitazione di massa potrà riconquistare i diritti che sono stati messi in discussione.
Riteniamo comunque doveroso e necessario respingere, anche attraverso il voto al referendum del 4 dicembre una riforma costituzionale:
– sostenuta dalle forse del capitalismo nazionale, europeo ed internazionale
– che, attraverso l’assioma della governabilità, condurrà ad avere un parlamento completamente subalterno al governo, ed un presidente della repubblica allineato a quest’ultimo
– che rende le istituzioni ancor più impermeabili alle istanze sociali; che con la riforma del titolo V conferisce al governo il potere di espropriare la competenza delle regioni quando “lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della repubblica”… Vale a dire quando ci sarà da tutelare gli interessi dei capitalisti nel saccheggio dei territori dando il via libera a Tap, trivelle, discariche, installazioni militari, ecc.
– che non comporta risparmi sostanziali alla spesa pubblica per la politica; che non attacca per niente i privilegi della cosiddetta “casta”
– che innalza il numero di firme necessarie per presentare referendum e iniziative di legge popolare, restringendo ancora di più i già esigui spazi di democrazia diretta.
Sconfiggere con il NO questa riforma costituzionale dovrà essere il primo passo, necessario ma non sufficiente, per costruire un’opposizione di sinistra e di classe al governo Renzi ed ad un eventuale governo “tecnico”.

Caporalato: insensate le dichiarazioni di Emiliano

Basta con il rimpallo delle responsabilità tra enti istituzionali!
Garantire il permesso di soggiorno ed i diritti ai lavoratori agricoli!

Ancora una volta il Presidente della Regione Puglia Emiliano, in occasione del vertice con il Ministro della Giustizia Orlando, interviene sulla questione del ghetto di Rignano Garganico, che “ospita” in condizioni a dir poco precarie i lavoratori agricoli, per lo più migranti (nella maggior parte dei casi rifugiati), impiegati nelle campagne del foggiano.
Ma ancora una volta Emiliano lo fa nel tentativo di sollecitare lo sgombero del ghetto da parte delle autorità nazionali e non nell’ottica di affrontare i problemi che sono alla radice del fenomeno, cioè la mancanza totale della garanzia dei diritti dei braccianti.
Oltre a rimpallare la responsabilità della situazione del ghetto sul governo nazionale, Emiliano ripropone il classico canovaccio legalitario, assolvendo però le aziende agricole: “Le aziende agricole pugliesi e soprattutto non pugliesi che alimentano il circuito delle fabbriche del pomodoro sempre più in crisi per la concorrenza estera devono per forza fare riferimento ai caporali collegati al ghetto per trovare manodopera che non potrebbero trovare altrimenti” .
Ancora una volta si esentano le aziende che sfruttano la manodopera dal tanto declamato rispetto della legalità e si cerca di criminalizzare i lavoratori.
Se si volesse risolvere il problema del ghetto di Rignano, che è solo la punta dell’iceberg delle condizioni di sfruttamento e di inumanità in cui versano i braccianti agricoli, le soluzioni sarebbero semplici, ma tutti gli enti dovrebbero assumersi le proprie responsabilità:
– Il governo nazionale dovrebbe concedere il permesso di soggiorno ai lavoratori che ne sono sprovvisti, senza il quale i lavoratori non possono neanche pensare di essere assunti regolarmente. Ed invece il governo nazionale pensa di eliminare il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo al quale viene negato il permesso di soggiorno dalle Commissioni territoriali, aumentando ancora di più il numero di persone prive di diritti.
– La Regione dovrebbe erogare i servizi direttamente ai lavoratori, mentre invece si pensa di risolvere il problema dell’alloggio concedendo appositi finanziamenti alle imprese.
– Andrebbero attuate politiche efficaci di integrazione dei rifugiati, che garantiscano benefici effettivi ai diretti interessati e garantiscano i lavoratori dei servizi di accoglienza. Attualmente al contrario l’accoglienza viene gestita in maniera privatistica e spesso clientelare da parte degli enti locali.
Martedi 13 settembre saremo con i rifugiati dell’ex Socrate, che manifesteranno di fronte al Comune di Bari per chiedere l’avvio dell’iter amministrativo per la realizzazione del progetto di auto recupero dell’immobile, ad oltre due anni dalla firma del protocollo di intesa con Comune di Bari e Regione Puglia.
Chiederemo di porre fine al rimpallo delle responsabilità e che tutti gli enti istituzionali ad ogni livello si assumano le proprie responsabilità contro caporalato, lavoro nero, sfruttamento. Per il diritto alla casa, al lavoro ed il libero accesso ai servizi sociali.
Ancora una volta chiederemo il rispetto dei diritti dei rifugiati, come lavoratori e come esseri umani, e di tutti i lavoratori di ogni nazionalità.
Bari, 22-08-2016
Collettivo politico “Guevara”

Contro l’opportunismo di “sinistra” costruire l’organizzazione indipendente della classe operaia

La recente sortita dell’Onorevole di Sinistra Italiana Arcangelo Sannicandro durante un intervento alla camera dei deputati in cui difendeva il vitalizio dei parlamentari, (“…come se fossimo dei lavoratori subordinati, dell’ultima categoria dei metalmeccanici…”), ha suscitato giustamente indignazione, ma non può meravigliare chi guarda alla politica con un approccio di classe.
Ancora una volta la “sinistra” in Italia dà prova del suo opportunismo e del fatto che rappresenti interessi contrapposti a quelli dei lavoratori. Sannicandro viene dalla tradizione che vide Bertinotti sacrificare l’opposizione al governo Prodi in cambio della sua elezione a Presidente della camera; o la starlette Vladimir Luxuria, eletta in Rifondazione Comunista, rifiutarsi senza troppi problemi di versare la quota dello stipendio da parlamentare al partito e tenersi tutto per sé; da Rifondazione Comunista proveniva Sergio Boccadutri, tesoriere, poi passato nel Pd, autore della legge che ha salvato il finanziamento pubblico ai partiti; o ancora quel Nichi Vendola che, da presidente della Regione Puglia, rassicurava il direttore generale dell’Ilva che non avrebbe mai preso provvedimenti che contrastassero con gli interessi della proprietà dell’Ilva.
E’ soprattutto a causa dell’opportunismo di certa “sinistra” che la lotta contro i privilegi del ceto politico sia diventata il cavallo di battaglia di una formazione sostanzialmente reazionaria come il Movimento 5 Stelle; anche se alla prova della gestione del potere i grillini stanno evidenziando già i primi cedimenti, come nel caso dell’amministrazione comunale di Roma.
Ma non è solo nel recente passato italiano che la “sinistra” ed i “comunisti” si sono dimostrati pericolosi avversari della classe operaia… La storia ha dato esempi ben più tragici in cui i “comunisti” sono diventati i rappresentanti di caste burocratiche al potere che hanno oppresso e perseguitato i lavoratori, come nell’Unione Sovietica stalinizzata e nelle repubbliche dell’Est Europa, oppure nel caso estremo dell’attuale Cina dove il Partito comunista cinese è l’espressione dei gruppi di potere capitalisti e dove si raggiungono livelli di sfruttamento della forza lavoro selvaggi.
Agli operai non basta quindi rimanere a guardare o denunciare l’opportunismo dei “propri” rappresentanti politici o sindacali, ma esprimere una rappresentanza politica e sociale indipendente e antagonista al padronato ma anche alla burocrazia, che cerca di farsi portavoce degli interessi dei lavoratori ma che in realtà punta ad accumulare privilegi di casta.
Una rappresentanza operaia che deve esprimersi durante le lotte, negli scioperi, nei comitati di base, nelle forme autorganizzate e nei coordinamenti su scala nazionale, come recentemente avvenuto in Francia, dove i delegati devono essere eletti democraticamente e revocabili.
Ma anche durante i periodi di stallo delle lotte, con la costruzione di organizzazioni politiche e sindacali indipendenti, dove la rappresentanza dell’organizzazione non deve essere delegata permanentemente a “politici di professione” ma esercitata dagli stessi lavoratori militanti, e dove in caso di elezione di rappresentanti nelle istituzioni borghesi questo avvenga a rotazione e gli eletti non usufruiscano dei privilegi accordati al ceto politico (ad es. trattenendo il corrispettivo dello stipendio di un operaio e versando il resto all’organizzazione o ai comitati di lotta).
Guardare all’estero per non guardare alla disastrosa situazione della “sinistra” italiana non è un buon rimedio! Evitiamo di coltivare pericolose illusioni sulle nuove formazioni riformiste, come lo si è fatto nel caso di Tsipras e di Syriza in Grecia, o come lo si fa ancora con Podemos…
Assumersi direttamente la responsabilità della lotta senza deleghe in bianco, utilizzare l’analisi marxista e la visione di classe della società, sono i mezzi attraverso i quali gli attivisti che coltivano ideali di emancipazione degli oppressi possono ottenere risultati concreti e gettare le basi per un futuro di liberazione della società dalle ineguaglianze e le ingiustizie.
http://video.corriere.it/taglio-stipendi-parlamentari-ex-comunista-sannicandro-non-siamo-ultima-categoria-metalmeccanici/d2d44e34-6001-11e6-bfed-33aa6b5e1635?refresh_ce-cp