Ikea – dipendenti in lotta contro flessibilità e riduzione dei salari – intervista ad un cassiere part time verticale dell’IKEA di Roma

Proseguono le iniziative di lotta dei lavoratori Ikea, con manifestazioni davanti all’ambasciata svedese ed a montecitorio…
Di seguito l’intervista ad uno dei lavoratori in lotta dopo lo sciopero dell’11 luglio

– Da quanto tempo lavori all’Ikea? Che mansione svolgi?

Lavoro in IKEA dal 2001; sono entrato tramite un’agenzia interinale, poi sono stato assunto a tempo determinato ed infine, dopo 3 mesi, a tempo indeterminato. Ho sempre avuto un contratto part time verticale (sabato e domenica, per 16 ore settimanali), mio malgrado. L’80% dei dipendenti IKEA è part time, per una scelta precisa dell’azienda e non per scelta dei lavoratori.

– Fai attività sindacale?

Se per attività sindacale intendiamo il fatto che i lavoratori si incontrano, si organizzano, si assumono delle responsabilità di lotta, allora sì, faccio attività sindacale. Sono iscritto alla CUB Flaica.

– Come sono le condizioni di lavoro in Ikea e nel tuo punto vendita?

Le condizioni di lavoro, fino ad un paio di mesi fa, erano più che dignitose. Ci viene chiesto di lavorare a ritmi molto intensi, con un livello di professionalità elevato e con una certa adesione ai “valori IKEA”; a fronte di questo impegno abbiamo sempre potuto contare su rapporti di lavoro basati sulla correttezza e sulla giusta retribuzione. Oggi il colosso svedese ci mette le mani in tasca per toglierci i soldi e massimizzare i propri profitti in Italia; ci chiede di poter disporre completamente del nostro tempo, assoggettandoci ad una flessibilità esasperata. Il clima interno all’azienda è molto cambiato, in seguito agli scioperi ed alle iniziative di lotta: l’azienda cerca in mille modi di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, utilizza gli interinali, i responsabili ed i manager per coprire le nostre mansioni e tenere aperti i negozi durante gli scioperi; molti lavoratori, e soprattutto alcuni responsabili, che hanno aderito agli scioperi, sono stati immediatamente demansionati; l’azienda diffonde, attraverso i propri responsabili, velate minacce nei confronti di chi sciopera; i lavoratori più “fragili” vengono convocati dai responsabili per infondere timori ingiustificati.

– Perchè si è arrivati allo sciopero lo scorso 11 luglio? Cosa pretendeva l’azienda?

L’azienda ci ha sottoposti ad un vero e proprio ricatto: o si accettano le sue proposte o da settembre non avremo alcun contratto integrativo.
Il colosso svedese vuole tagliare drasticamente le maggiorazioni domenicali e festive, vuole imporre un sistema di gestione dei turni, denominato TIME, che, di fatto, spalanca le porte ad una flessibilità praticamente totale ed assoluta, ed infine vuole azzerare il premio fisso aziendale. Ad oggi l’azienda ha abbandonato il tavolo delle trattative e afferma di non voler trattare in nessun modo, su nessuna delle questioni poste sul tavolo con brutalità da parte del management nazionale.

– Che ruolo hanno avuto i lavoratori ed i sindacati nel percorso che ha portato allo sciopero?

Questa volta CGIL-CISL-UIL sentono sul collo il fiato dei lavoratori, avvertono la rabbia e la preoccupazione che si fanno sentire con forza durante le iniziative di lotta e durante le tante assemblee. La trattativa è seguita solo ed esclusivamente da CGIL-CISL-UIL; i lavoratori non intendono cedere né i propri soldi né il proprio tempo ad una azienda che non conosce crisi e che vuole solo “approfittare della situazione” di crisi per colpire i diritti del lavoro e massimizzare i profitti. Speriamo che i sindacati tradizionali abbiano ben chiaro che noi non intendiamo cedere su niente; proprio non ne vediamo il motivo.

– L’azienda sostiene di dover affrontare una crisi di mercato in Italia…

L’azienda ha realizzato, nel 2014, un +3% del proprio fatturato; grazie al lavoro nostro e dei fornitori e grazie ai soldi spesi dai clienti. Parlano di un calo degli utili; il calo degli utili è determinato dai cospicui investimenti effettuati per l’espansione nel mercato italiano da realizzare nei prossimi anni con l’apertura di 10 nuovi negozi nel territorio nazionale. La crisi economica ha colpito duramente i piccoli distributori e gli artigiani del legno, facendo invece aumentare la fetta di mercato conquistata da IKEA. In ogni caso, al di là di ogni valutazione, il nostro principale è l’uomo più ricco d’Europa, ha un patrimonio personale di 45 miliardi di euro, e viene a cercare soldi da noi??? L’uomo più ricco d’Europa vuole 150 euro al mese, ogni mese, dai suoi dipendenti italiani.

– Qual è il sentimento che prevale tra i lavoratori dopo lo sciopero? Ci saranno altre iniziative di lotta?

Naturalmente con il prolungarsi della vertenza e con le preoccupazioni determinate dalle manovre dell’azienda non è facile preservare l’unità dei lavoratori. Cresce la rabbia contro i pochi crumiri e contro i responsabili che minacciano e diffondono voci false. Cresce la paura di conseguenze personali. Per qualcuno inizia anche a diventare un problema di carattere strettamente economico, con le buste paga più leggere per le tante ore di sciopero. Però la stragrande maggior parte dei lavoratori è piena di rabbia ma anche sempre più consapevole di essere una comunità e di avere una forza da contrapporre all’arroganza del colosso svedese. Ci si divide tra gli aderenti alle diverse sigle sindacali, come è normale che sia, ma senza eccessi. Spingiamo tutti nella stessa direzione.

– Ci sono state manifestazioni di solidarietà di lavoratori di altre aziende alla vostra iniziativa? (a roma o a livello nazionale?)

A parte i tanti clienti che dimostrano la loro solidarietà, intasando il profilo facebook dell’azienda con il messaggio #setagliilpersonaleperdiunclienteabituale, oppure scegliendo di non fare acquisti durante gli scioperi, molte realtà della grande distribuzione ci hanno manifestato la loro solidarietà concreta. Ma quella che ci ha riempiti più di orgoglio, per ovvie ragioni storiche, è stata la solidarietà che ci hanno portato le lavoratrici ed i lavoratori dell’ANSALDO di Genova. Oltre alle tante realtà locali, ai collettivi, alle radio. Veramente, sentire la solidarietà di tante persone, semplici cittadini, clienti e lavoratori, solidarietà concreta o da social network, ci spinge a tenere duro ed a continuare, convinti di essere dalla parte della ragione. Quella del lavoro onesto e giustamente retribuito, contro quella dei profitti e dell’avidità.