Free Palestine Tournament 2016

Torneo di calcio A5 in solidarietà
con la popolazione civile della Striscia di Gaza

Con la scorsa edizione abbiamo aiutato la famiglia di Ahmad Abu Tahoon, bambino palestinese di Gaza malato di diabete che, come tutti gli abitanti di Gaza, incontra difficoltà enormi a curarsi a causa dell’assedio militare dell’esercito israeliano.

Anche questa estate vogliamo dare un piccolo ma importante contributo alla resistenza del Popolo Palestinese, con un week-end all’insegna dello sport popolare, della solidarietà internazionale e dell’antirazzismo.

Il torneo si svolgerà a Cisternino (Br) il 20 e 21 agosto 2016

**A breve il programma completo dell’evento**

info ed adesioni 327 1943394

REGOLAMENTO TORNEO:
– Non esiste l’arbitro, le squadre devono autogestirsi mentre un nostro responsabile segna solo il tempo e i goal. Interviene solo in caso di comportamenti offensivi, razzisti o sessisti;
– Il torneo sarà formato da X gironi da X squadre;
– Si gioca in 5;
– Le partite avranno una durata di 20 minuti, 2 tempi da 10 minuti;
– Sostituzioni libere;
– Il fallo laterale va battuto con i piedi;
– In caso di retropassaggio il portiere NON può prendere la palla con le mani;
– Il torneo prevede una prima fase di qualificazione (a gironi) e una seconda fase ad eliminazione dirett.

La quota di iscrizione è di 40€ a squadra.
Le squadre devono essere composte da un minimo di 5 ad un massimo di 8 giocatori.

info ed adesioni 327 1943394

referendum 17 aprile – vota SI!

REFERENDUM TRIVELLE
17 Aprile
VOTA Sì !
Partecipiamo al referendum, unica forma di democrazia diretta consentita nel regime democratico-borghese!
Opponiamoci alla svendita del patrimonio pubblico.
Abroghiamo i privilegi che il governo Renzi ha elargito alle multinazionali del petrolio, concedendo loro l’uso dei giacimenti senza limiti di tempo.
L’attuale sistema economico antidemocratico, altamente energivoro, basato sullo sfruttamento delle fonti fossili è insostenibile dal punto di vista ambientale, e genera crescenti diseguaglianze a causa dell’accentramento delle ricchezze.
Solo la lotta di un movimento popolare di massa, antagonista delle classi dominanti può costruire una società alternativa e democratica.
Collettivo Guevara 14/04/2016

Per un’internazionale e dei partiti rivoluzionari utili alla lotta di classe

Contributo per il Comitato Internazionale
della Quarta Internazionale di Febbraio 2016
I – Le lezioni della Grecia e dello Stato Spagnolo: rompere con l’orientamento dei “governi anti-austerità”
Nel giro di qualche mese, la situazione in Grecia ha mostrato l’impasse delle ricette riformiste. Il Popolo greco ha dimostrato la sua volontà di resistere all’austerità, di non rassegnarsi di fronte all’unione dei capitalisti greci ed europei. In quattro anni, non meno di 30 giornate di scioperi generali e di lotte multiple hanno scosso la classe dirigente greca. D’altra parte è proprio appoggiandosi su questo rifiuto dell’austerità che Syriza ha vinto le elezioni, con un programma che prometteva un aumento dei assegni sociali, il ritorno ad un salario minimo di 751 euro, il ripristino dei contratti collettivi nazionali soppressi dai piani di austerità, il blocco delle privatizzazioni delle imprese pubbliche… Ma dal primo giorno dopo la formazione di un governo con il partito della destra nazionalista Anel, Syriza ha cominciato a violare sistematicamente ognuna delle sue promesse. All’indomani del NO massiccio al referendum, il governo Tsipras ha concluso un nuovo accordo con la Troika e con l’Unione Europea (il terzo memorandum) aprendo la porta ad un piano d’austerità ancora più violento di quelli dei governi precedenti. La capitolazione del governo Syriza non è propriamente una sorpresa, essa non fa che confermare l’impasse delle ricette riformiste per risolvere l’attuale crisi. E’ un’illusione pensare che si possa mettere fine all’austerità senza requisire i settori chiave dell’economia come il settore bancario ed energetico, senza combattere l’UE e tutte le istituzioni imperialiste, senza rimettere in discussione i fondamenti stessi del sistema ed il potere dei capitalisti: la proprietà privata dei mezzi di produzione. La situazione greca dimostra tutta l’attualità di un programma anticapitalista e rivoluzionario, non come prospettiva a lungo termine ma come soluzione ai problemi posti oggi dalla crisi capitalista. Certamente, noi proponiamo le nostre soluzioni secondo la nostra tradizione ed il nostro metodo di rivendicazioni immediate, democratiche e transitorie, cercando di intraprendere delle lotte di massa nel quadro di un fronte unico allo scopo di coinvolgere direttamente i lavoratori ed i loro alleati nella lotta. Questo non significa però che le nostre rivendicazioni rivoluzionarie siano un lusso, né che il fine ultimo del potere dei lavoratori basato su strutture autorganizzate debba essere abbandonato.
Da diversi mesi, una discussione si è aperta nella QI intorno all’orientamento che le nostre sezioni dovrebbero difendere in Europa ed intorno al nostro posizionamento di fronte all’emergere di organizzazioni del tipo di Syriza in Grecia o Podemos nello Stato spagnolo. Una parte del CI difende da diversi mesi l’idea della costituzione di “governi anti-austerità” come orientamento su scala europea. Secondo essa, l’elemento-chiave per portare le lotte alla vittoria è l’emergere di uno “sbocco politico credibile”. In altre parole, la condizione sine qua non per sbloccare la situazione politica è la formazione di forze politiche credibili sul piano elettorale; secondo questa impostazione, sarebbe la prospettiva di salita al potere di governi “anti-austerità”, capaci di dare voce alle loro rivendicazioni, che darebbe il coraggio ai giovani ed ai lavoratori di lottare. Così l’attività di numerose sezioni è stata indirizzata verso l’obiettivo di far emergere un tale “sbocco politico” attraverso la costituzione di fronti o di partiti “larghi” o attraverso la ricerca di alleanze elettorali con delle organizzazioni della sinistra antiliberista. L’affermazione ed il successo di organizzazioni come Syriza e poi Podemos ha nutrito questa speranza. L’idea che ne è nata è che queste organizzazioni potessero rappresentare un nuovo tipo di riformismo, dopo la trasformazione della socialdemocrazia in forza difficilmente distinguibile dai partiti borghesi. Intorno a queste esperienze, alcuni compagni della direzione della QI, se non l’Ufficio Politico in quanto tale hanno addirittura elaborato nuove ipotesi strategiche. Essi hanno ad esempio sostenuto che l’arrivo al potere di Syriza, governo che avrebbe rifiutato l’austerità, avrebbe potuto costituire la prima fase di una rottura con il capitalismo . La vittoria di Syriza avrebbe fatto soffiare un vento di speranza e avrebbe incoraggiato le lotte su scala europea. Nessun bilancio è stato fatto delle speranze completamente erronee che erano state riposte in Syriza, e la maggior parte dei compagni che le avevano condivise sono passati dall’oggi al domani ad un fiducioso sostegno a Unità Popolare, un progetto dotato dello stesso orientamento strategico di Syriza prima del suo arrivo al potere.
L’esperienza greca mostra invece che non ci possono essere governi “anti-austerità” senza porre la questione della rottura con il capitalismo, utilizzando il metodo transitorio. Noi dobbiamo trarne delle lezioni. Dobbiamo rompere con l’orientamento dei “governi anti-austerità” che non fa che coltivare illusioni sulla natura delle direzioni riformiste, anche di nuovo tipo come quelle di Syriza e Podemos.
Podemos attraversa una evoluzione accelerata verso destra: la fondazione di Podemos corrispondeva alla rottura con il regime di settori della classe operaia e della gioventù dello Stato spagnolo. Ma il progetto della direzione di Podemos era quello di cercare di accompagnare in un primo tempo questa evoluzione a sinistra – risultato del ciclo di mobilitazioni aperto con la crisi del 2008 – per meglio canalizzarla e cooptare questi settori in collera con le istituzioni. La recente proposta formulata da Iglesias di un governo di coalizione Podemos – IU – PSOE è la conseguenza logica di questo progetto. Dalla fondazione di Podemos, la direzione di Anticapitalistas si è limitata a delle proteste contro Iglesias su un terreno organizzativo ed ha sistematicamente rifiutato di difendere un qualsiasi programma anticapitalista malgrado l’accesso che ha a delle tribune che gli permettono di rivolgersi a centinaia di migliaia di persone. Questo è altrettanto vero per quel che riguarda la proposta di Pablo Iglesias di formare un governo con il PSOE. Anticapitalistas ed i suoi portavoce sono stati molto ambigui, con delle dichiarazioni a volte contraddittorie, creando delle illusioni sui benefici di un eventuale governo di sinistra, e addirittura nel caso di Teresa Rodriguez, chiedendo al segretario generale del PSOE di essere coraggioso e di accettare la proposta di Podemos. La scandalosa espulsione dei compagni che hanno formato IZAR non è che la conseguenza di questo orientamento.
Di fronte al fallimento di Syriza ed alla istituzionalizzazione accelerata di Podemos, è ora di voltare pagina rispetto all’orientamento dei “governi anti-austerità”.
II – Degli spazi per i rivoluzionari nella situazione attuale
L’attuale maggioranza della QI ha in definitiva una bussola politica che si può riassumere bene nella formula “nuova situazione, nuovo programma, nuovo partito”. Il rapporto di forze tra le classi sarebbe secondo questa impostazione talmente sfavorevole che bisognerebbe riattraversare una lunga fase storica di ricostruzione di una coscienza di classe elementare con l’aiuto dei partiti larghi “non delimitati strategicamente”; la presa del potere da parte dei lavoratori (e la costruzione dei partiti democratici e rivoluzionari secondo la tradizione leninista) viene così rimandata in una lontana fase storica successiva.
E’ evidente che la classe dominante è sempre largamente all’offensiva, che è sempre dominante nei rapporti di forza. Tuttavia, l’elemento caratterizzante della situazione attuale dall’inizio della crisi nel 2008-2009 è l’instabilità crescente che conosce il sistema capitalista. Questa instabilità è nutrita da delle lotte di massa di scala significativamente superiore a quelle del periodo precedente la crisi che hanno scosso e continuano a scuotere tutti i continenti. Le “primavere arabe”, gli Indignati, Occupy Wall Street, Black Lives Matter, gli scioperi studenteschi e del settore pubblico nel Quebec, l’ondata di scioperi operai in Cina e più in generale in Asia… Queste lotte, malgrado siano caratterizzate da illusioni riformiste estreme e dirette da riformisti in molti casi e non abbiano permesso finora di invertire i rapporti di forza, aprono nuove possibilità per noi. Esse rivelano un malcontento profondo, una collera ed un odio per le misure d’austerità sempre più violente imposte alla masse da un sistema capitalista segnato da una crisi endemica.
Noi viviamo così dei tempi contraddittori, segnati da uno scarto notevole tra la potenza dei colpi subiti dalla classe operaia, e le prospettive di una risposta organizzata. La fiducia nei confronti dei partiti capitalisti è al suo livello più basso da decenni. C’è un odio profondo, crescente, un disprezzo per la classe politica dirigente ed una comprensione crescente che il problema si trova all’interno del “sistema” stesso… senza che questa consapevolezza si traduca autonomamente in una volontà di lotta. Lo scarto tra la ricerca di soluzioni individuali (fare delle ore di straordinario, trovare un secondo lavoro, contenere le spese, ecc.), le illusioni che il sistema si riformi da solo da un lato, e la necessità di un’azione collettiva dall’altro, è uno scarto che sta diminuendo. Questa contraddizione o non corrispondenza tra la coscienza e l’azione ci è familiare. La prima Grande Depressione ha visto un fenomeno simile – un periodo di 5-6 anni in alcuni paesi – tra la demoralizzazione iniziale provocata dai licenziamenti di massa ed una risposta significativa che stimolasse le coscienze in maniera radicale e aprisse la via ad una ricomposizione dei sindacati e delle organizzazioni ad essi legate, ciò che ha ridato vita alle organizzazioni del movimento operaio (malgrado le loro deformazioni socialdemocratiche e staliniste). Noi lo vediamo oggi con delle mobilitazioni di massa improvvise – che sembrano sorgere dal nulla. Tutte queste mobilitazioni rappresentano un faro che illumina il nostro avvenire. Dei lavoratori e degli oppressi cominciano ad assorbire il pieno impatto dell’austerità capitalista in tutte le sue manifestazioni.
Per anni, compagni dirigenti dell’Ufficio Politico e del CI hanno sostenuto che ci fosse uno sfasamento strutturale tra la forza che potevano avere le lotte e l’assenza di traduzioni in termini organizzativi e di coscienza politica. Ciò che va rilevato oggi è che le scosse della crisi e delle lotte che essa genera, al contrario, stanno cominciando ad avere delle traduzioni in termini politici, anche se dirette da riformisti o pro-capitalisti. Syriza, Podemos, Corbyn, Sanders, i recenti risultati del Blocco di Sinistra e del PC Portoghese, i risultati del referendum in Scozia, la rottura di NUMSA con il governo ANC-SACP-COSATU e la comparsa degli Economic Freedom Fighters… tutti questi fenomeni politici riflettono malgrado la loro diversità un fatto innegabile: larghi settori del nostro campo sociale dicono più o meno confusamente che bisogna cambiare le cose globalmente, senza per questo uscire dalle illusioni riformiste. Sono complessivamente delle forze riformiste che approfittano di questa evoluzione (anche se l’affermazione del FIT nel panorama politico argentino prova che è possibile per i rivoluzionari occupare uno spazio sul piano politico nella situazione attuale).
Noi non possiamo prevedere con precisione che forme prenderanno la radicalizzazione e la risposta. Bisogna preparare le nostre forze a delle trasformazioni brusche della coscienza delle masse e a essere capaci di prendere l’iniziativa.
Invece che costruire delle organizzazioni per la lotta di classe, attrezzate sul piano programmatico e militante a questo tipo di situazione, la direzione della QI adotta una politica di allineamento con le forze riformiste succitate, una politica che in questi ultimi anni ha portato a delle conseguenze funeste per un gran numero di sezioni.
III – Per la costruzione di partiti rivoluzionari
Scioglimento in serie di sezioni… dove andiamo a parare?
Nessun bilancio è stato fatto dei vari tentativi di costruzione dei “partiti larghi” intrapresi questi ultimi 25 anni dalle sezioni della QI. Sia nel caso di Syriza, Podemos, ma anche prima con il PRC italiano, il PT Brasiliano, il Blocco di Sinistra o anche all’interno dell’NPA, la direzione della QI ha seguito una politica che consisteva nell’entrare (o a lanciare) delle organizzazioni larghe senza simultaneamente costruire delle correnti o delle organizzazioni rivoluzionarie delimitate. Questo ha condotto alla dissoluzione o alla dislocazione di intere sezioni (Italia, Brasile, Francia…).
Il sostegno del PRC alla formazione di un governo borghese (il governo Prodi nel 2006) ed il voto per il finanziamento delle missioni militari; il posizionamento dei compagni del Blocco di Sinistra in favore delle misure di austerity in Grecia nel 2012; il voto dei compagni della RGA in Danimarca a sostegno del governo di sinistra nel 2011-2012; la partecipazione del dell’ex sezione brasiliana al governo Lula… l’entrata in organizzazioni larghe e l’abbandono delle strutturazioni proprie dei rivoluzionari si è accompagnata ad un adattamento alla politica delle direzioni di queste correnti riformiste.
L’indipendenza organizzativa (che sia nel quadro di organizzazioni indipendenti o attraverso correnti organizzate all’interno di raggruppamenti più larghi) non è un capriccio. Essa ci serve a condurre una politica: ciò che è in gioco dietro la salvaguardia dell’indipendenza organizzativa dei rivoluzionari, è la necessità della battaglia per le nostre idee rivoluzionarie. Per noi, il programma rivoluzionario non è una identità che dovremmo conservare per un futuro quando le condizioni sarebbero più favorevoli. Questo programma è oggi d’attualità per rispondere alla crisi attuale del sistema capitalista, un programma che non consiste in una serie di formule fissate una volta per sempre, ma un programma attualizzato e concreto grazie al nostro metodo che resta lo stesso: l’indipendenza di classe, il metodo transitorio…
Partiti anticapitalisti, partiti larghi… o partiti rivoluzionari?
L’ultimo congresso della QI aveva adottato una presa di posizione a favore della costruzione di forze “anticapitaliste” sul modello dell’NPA, senza definire basi programmatiche, lasciando un ampio margine d’interpretazione di queste formule.
Oggi, la politica sostenuta dalla direzione consiste nel sostenere delle organizzazioni neo-riformiste come Syriza, Podemos o delle “nuove” iniziative come il Piano B al livello europeo, centrate sulla democratizzazione delle istituzioni europee.
Noi pensiamo al contrario che l’obiettivo centrale della QI debba essere la costruzione di partiti comunisti rivoluzionari di tipo leninista, come indicano gli statuti della Quarta Internazionale. Delle organizzazioni radicate nella classe operaia e fra gli strati oppressi, in particolare i giovani. La classe operaia gioca infatti un ruolo centrale nella rivoluzione. La classe operaia industriale e la classe dei lavoratori salariati nel suo insieme sono in espansione su scala mondiale. Tra il 1991 ed il 2012, il numero dei lavoratori nel mondo è passato da 2,2 a 3,2 miliardi, ed il numero dei salariati dell’industria da 490 a 715 milioni (cifre OIL). La nostra classe sociale non ha mai avuta tanta forza potenziale. Rimpiangere i tempi dei “30 gloriosi”, delle fortezze operaie strutturate da un movimento operaio dominato dallo stalinismo conduce ad erigere a norma una configurazione limitata nel tempo e nello spazio. Alla fine del XIX ed agli inizi del XX secolo, una classe operaia ben più precaria ed atomizzata, molto meno numerosa di oggi, aveva consentito in Europa la formazione di Partiti socialisti di massa e di sindacati di centinaia di migliaia di iscritti diretti da dei rivoluzionari, come la CGT in Francia per esempio… In questi ultimi anni, dei settori operai tradizionali hanno mostrato che, ben lungi dall’essere marginalizzati, possono giocare un ruolo centrale (raffinerie in Francia durante lo sciopero per le pensioni nel 2010, bacino minerario durante il processo rivoluzionario in Tunisia, scioperi operai in Egitto, ondata di scioperi in Cina dal 2010…), e dei “nuovi” settori precari hanno testato la loro capacità a lottare in maniera determinata (scioperi esemplari dei lavoratori delle pulizie nei Paesi Bassi nel 2010 e 2012, sciopero di un anno dei Sans Papier in Francia nel 2009 – 2010, Fight for 15 negli Stati Uniti…) Il potenziale rivoluzionario della classe operaia è ben lungi dall’appartenere al passato.
Per quanto riguarda la gioventù, il suo ruolo d’avanguardia tattica si è confermato a più riprese questi ultimi anni, in Quebec, in Chile o in Africa del Sud. L’importanza di reclutare e di formare dei quadri nella gioventù non deve essere sottostimata, e l’organizzazione ogni anno degli Incontri Internazionali dei Giovani deve essere un’occasione di raggruppare un massimo di giovani rivoluzionari di tutte le correnti che intrattengono delle relazioni politiche con la QI, senza pregiudiziali.
Noi abbiamo bisogno di partiti costruiti intorno ad un programma marxista rivoluzionario, basati sulle acquisizioni della nostra corrente storica, cercando di attualizzarla in funzione dell’evoluzione del capitalismo oggi. Delle organizzazioni militanti che cercano di intervenire in maniera coordinata nella lotta di classe e in tutte le lotte degli oppressi, che preparino coscientemente la presa del potere nei momenti – rari – in cui il potere della classe dirigente è scosso e la mobilitazione della nostra classe sociale massima.
Noi cerchiamo di costruire tali organizzazioni poiché la storia ha dimostrato a più riprese (come ad esempio durante i processi rivoluzionari in Tunisia ed Egitto nel 2012) che non può esserci rivoluzione vittoriosa senza partito rivoluzionario. E tali organizzazioni non possono costruirsi di colpo quando la crisi rivoluzionaria sopraggiunge, è necessariamente uno sforzo che comincia molto prima, quando la situazione non è rivoluzionaria.
La costruzione di partiti rivoluzionari di massa non è a portata di mano. Ma è possibile rafforzare le nostre organizzazioni in funzione dell’eco che possono generare le nostre idee in una situazione di crisi del capitalismo come nella fase attuale.
E’ per questo che ogni tattica di costruzione dell’organizzazione deve essere valutata in funzione dell’obiettivo strategico della costruzione di partiti rivoluzionari: questa o quella tattica ci avvicina o ci allontana da ciò?
Per quel che riguarda le condizioni di costruzione di organizzazioni, le coordinate sono differenti da un paese all’altro, ed anche le possibili tattiche: la situazione non è la stessa in Francia con la sua tradizione rivoluzionaria e di estrema sinistra, in Argentina con la costruzione del FIT o in Sudafrica dove si assiste alla rottura di un sindacato di massa (NUMSA) con l’ANC. Ciononostante anche quando i rivoluzionari programmano la loro partecipazione a delle formazioni politiche più larghe, la tutela della loro autonomia politica e organizzativa non è negoziabile. Lo scontro con le direzioni riformiste è inevitabile, prima o poi, e bisogna esservi preparati sin dall’inizio. Diversamente, come lo si può constatare da diversi anni, entrare in delle organizzazioni riformiste senza conservare l’obiettivo di fondo del partito rivoluzionario non può funzionare che nel senso della disgregazione delle forze della QI.
Difendere la necessità del raggruppamento dei rivoluzionari.
Oggi, nessuna corrente rivoluzionaria può proporsi come unico polo a partire dal quale si costituiranno i partiti e l’Internazionale rivoluzionaria. Minimizzare i disaccordi politici o idealizzare le direzioni delle altre correnti internazionali come l’IST o la FTQI sarebbe sicuramente un errore. Ma noi non possiamo ignorarle, come del resto un certo numero di organizzazioni rivoluzionarie presenti su scala nazionale che svolgono un ruolo nel loro contesto, come il PO argentino o LO in Francia e molte altre. Noi dobbiamo sostenere la necessità del raggruppamento dei rivoluzionari su scala nazionale e internazionale. Non si tratta di cercare di addizionare le forze esistenti per arrivare a costruire dei partiti ed una internazionale rivoluzionaria. Ma la creazione di organizzazioni rivoluzionarie non si otterrà dal rafforzamento lineare delle nostre sole organizzazioni. Noi dobbiamo incoraggiare ogni volta che è possibile i dibattiti e l’azione comune con altre organizzazioni rivoluzionarie.
IV – Per un’opposizione chiara alla guerra imperialista
Uno dei punti essenziali della nostra analisi è la denuncia della crescita della logica della guerra imperialista che va di pari passo con le politiche di austerità, che genera interventi militari per la ricerca di nuovi mercati, risorse strategiche e conquiste geopolitiche. Diretto dall’imperialismo statunitense, l’unica superpotenza mondiale (con delle spese militari che raggiungono una somma quasi comparabile a quella di tutte le altre nazioni messe insieme), ed i suoi omologhi storici, gli imperialisti europei, noi assistiamo quasi quotidianamente a bombardamenti intensivi e assassinii di massa, a guerre di eserciti privati o di mercenari (con una proporzione incomparabile a quella che la storia ha conosciuto finora), guerre di droni, guerre di sanzioni e di embarghi e guerre quasi segrete, come nel caso del Comando USA in Africa (Africom), che sta ricolonizzando e saccheggiando l’africa attraverso l’installazione e l’armamento di dittature militari che dipendono completamente dagli Stati Uniti.
La Francia, su scala minore, così come altre potenze coloniali, stanno riempendo i loro arsenali, e si lanciano allo stesso saccheggio, al fine di consolidare ed estendere le loro vecchie conquiste coloniali.
Non esistono “guerre umanitarie” condotte dall’imperialismo. Non ce ne sono mai state. La definizione stessa è una contraddizione in termini per i rivoluzionari, visceralmente opposti ad ogni intervento e guerra imperialista. Un sostegno al diritto di autodeterminazione delle nazioni e dei popoli oppressi esclude necessariamente il ricorso all’imperialismo per l’aiuto nella sconfitta di tiranni e dittatori locali. Un tale “aiuto” viene concesso inevitabilmente a delle condizioni. Delle condizioni mortali che assomigliano più ad una condanna a morte che non ad una assistenza disinteressata o “democratica”.
La liberazione degli oppressi non può essere realizzata che attraverso le loro organizzazioni di massa indipendenti e attraverso la costruzione, per quanto difficile essa sia, di organizzazioni rivoluzionarie. Il rifiuto dell’intervento imperialista in tutte le sue varianti è la condizione necessaria per delle lotte vittoriose di liberazione nazionale. Liberati dal giogo imperialista, le nazioni oppresse sono meglio posizionate per determinare il proprio futuro e per sfidare efficacemente la propria borghesia. Di fronte alle incessanti guerre di conquista imperialiste, le rivendicazioni centrali della QI in materia devono concentrarsi sulla parola d’ordine del “Ritiro immediato delle truppe!”
Tutti questi elementi sono ai nostri occhi essenziali. Noi desideriamo dibatterne con l’insieme dei compagni e delle sezioni nel quadro del prossimo CI e nelle discussioni e nei preparativi del prossimo congresso della QI. E’ indispensabile che le date del Congresso mondiale siano fissate al CI di febbraio – marzo 2016.
Manos Skoufoglou, membro dell’Ufficio politico di OKDE – Spartakos (Grecia), membro del CI della QI
Vera Rorou, membro dell’Ufficio politico di OKDE – Spartakos (Grecia)
Kostas Skordoulis, membro della Commissione di garanzia di OKDE – Spartakos (Grecia)
Jeff Mackler, Segretario Nazionale di Socialist Action (USA)
Christine Marie, membro del Comitato politico di Socialist Action (Usa)
Mathilde Stein, Osservatrice Permanente al CI della QI, membro del CPN dell’NPA (Francia)
Gael Quirante, osservatore permanente al CI della QI, membro del CPN dell’NPA (Francia)
Xavier Chiarelli, membro del CPN dell’NPA (Francia)
Nota: i compagni che seguono hanno espresso il loro accordo con l’orientamento generale di questo contributo al dibattito; non sono membri della QI. Per quel che riguarda i compagni di IZAR e di Socialist Action – Ligue pour l’Action Socialiste (Canada), sono stati dal nostro punto di vista ingiustamente esclusi dalla QI malgrado il loro accordo con i suoi principi fondamentali. Tutte e tutti vogliono prendere parte al dibattito della QI in una maniera o nell’altra. E’ nostra intenzione continuare a collaborare con questi compagni che, lo speriamo, saranno integrati al più presto nella QI.
Barry Weisleder, membro del Comitato centrale di Socialist Action – Ligue pour l’Action Socialiste (Canada)
Elisabeth Byce, membro del Comitato centrale di Socialist Action – Ligue pour l’Action Socialiste (Canada)
Tomàs Martinez Pena, membro della Direzione di IZAR (Stato Spagnolo)
Mariajo Teruel, membro della Direzione di IZAR (Stato Spagnolo)
Rubén Quirante Roman, membro della Direzione di IZAR (Stato Spagnolo)
Angelo Cardone, Collettivo Politico “Guevara” (Italia)
Giuseppe Caretta, Collettivo Politico “Guevara” (Italia)

Palestina: la rivolta è il frutto delle continue provocazioni israeliane. Israele vuole la pulizia etnica di Gerusalemme. Intervista a Waseem K. palestinese di Gaza

Cosa succede a Gerusalemme e in Palestina, cos’ha provocato la rivolta di queste settimane?
Noi siamo abituati a sentire di un attentato o di un’operazione da parte di un partito politico o di un gruppo armato palestinese, che si difende o fa un attacco. Non dobbiamo però fidarci di ciò che sentiamo, quello che sentiamo è sempre la versione israeliana, e loro raccontano sempre un sacco di bugie.
Nella situazione attuale, per il semplice sospetto che tu sia una persona araba, un palestinese, in qualsiasi posto, in pochi secondi ti sparano, e poi magari ti mettono un coltello o qualcos’altro vicino… le telecamere non riprendono tutto quello che succede.
E’ vero che ci sono attacchi da parte di cittadini palestinesi di origine, ma cittadini israeliani, con il passaporto israeliano, a Gerusalemme. Se si conosce la storia, si sa che nessuno può vivere a Gerusalemme, se non ha il passaporto o la carta di identità israeliana.
Nel 1948, dopo la prima invasione israeliana, la gente è scappata, ma molti palestinesi sono rimasti a Gerusalemme, intorno alla moschea, perché era un luogo sacro, non potevano abbandonare un posto come quello. Gli occupanti li hanno però obbligati ad avere il passaporto, altrimenti se ne sarebbero dovuti andare. Molti palestinesi hanno perciò preferito avere il passaporto israeliano piuttosto che lasciare una terra che non potevano abbandonare.
Quindi adesso sentiamo parlare di Gerusalemme Est…
Questa è la divisione frutto dell’occupazione israeliana, per noi non esiste Gerusalemme Est, Ovest… Gerusalemme è unica, non si può dividere… non esiste un luogo per ebrei, uno per musulmani, uno per cristiani. Per me Gerusalemme è unica e tutti devono poter andare a praticare quello che vogliono, insieme.
Ma l’occupazione vuole mettere mano su tutta Gerusalemme, non vogliono nessuno lì, e creano le divisioni. Adesso parlano di costruire un muro anche a Gerusalemme. Ogni venerdì viene chiuso l’accesso alla moschea. I palestinesi vengono bloccati lì davanti, vengono fatti entrare uno alla volta… fanno entrare quelli di una certa età… non li fanno entrare tutti… Per dimostrare di essere loro a controllare quel posto… Per dire “anche se avete la moschea a Gerusalemme non vuol dire niente, noi vi facciamo passare, pregate quando lo diciamo noi…” Hanno anche attaccato la moschea all’interno, incendiandola e danneggiandone un pezzo…
Le ragioni della rivolta non sono recenti, sono il frutto di fatti che si accumulano da anni. I coloni israeliani, protetti dall’esercito, fanno continue incursioni nei territori palestinesi. Due mesi fa la famiglia Daouabchi è stata bruciata, mentre stavano dormendo, dai coloni in Cisgiordania. Ogni giorno c’è qualche violazione da parte dei coloni. O attaccano una moschea, o un villaggio, o un terreno coltivato dai palestinesi… per provocare. Queste provocazioni sono agevolate dal governo israeliano. Adesso, la reazione dei palestinesi con passaporto israeliano a Gerusalemme permette al governo israeliano, con la scusa che sono dei terroristi, di mandarli via. Già si parla di voler mandare le famiglie degli attentatori a Gaza, e mandare queste persone a Gaza significa che non rivedranno mai più Gerusalemme. Ogni giorno sentiamo di una casa palestinese che viene demolita… perché secondo il comune di quella zona è abusiva… oppure deve passare una strada… Mi chiedo come mai a Gerusalemme tutte le strade devono passare da sopra le case palestinesi, mai da sopra quelle israeliane… In realtà sono tutte scuse per cacciare via la gente. Dove vogliono arrivare? A dire che Gerusalemme è ebrea-israeliana soltanto.
Inoltre i palestinesi che hanno il passaporto israeliano non hanno i diritti degli israeliani. Non possono studiare come un israeliano, non vanno allo stesso ospedale degli israeliani, non possono costruirsi una casa o modificare la propria. Non possono lavorare dove vogliono o accedere a tutti i mestieri.
Le ragioni della rivolta partono da questa situazione…
Tu sei di Gaza ma non sei mai stato a Gerusalemme…
Io sono di Gaza ed ho provato ad andare a Gerusalemme, il risultato è quello che vedi sulla mia faccia… queste cicatrici, 15 punti, il naso rotto, ho perso un dente. Nel ’99 ho provato ad andare a studiare in Cisgiordania, ma a Tel Aviv sono stato fermato con un amico, quando hanno scoperto che eravamo di Gaza ci hanno picchiato e rimpatriato dopo due giorni di arresto. Speravo di poter vedere Gerusalemme quel giorno ma non ci sono riuscito. Tutta una generazione di palestinesi di Gaza, dal ’99, non sa neanche com’è Gerusalemme o la Cisgiordania, non possono andarci, è vietato. C’è un confine con i militari israeliani in mezzo.
Come hanno visto i palestinesi di Gaza la rivolta di Gerusalemme?
I giovani di Gaza vanno al confine a lanciare sassi, assi di ferro o molotov contro l’esercito… 14 sono stati sparati, 7 sono morti e ci sono 140 feriti. Ma la situazione è difficile per Hamas o per gli altri partiti politici. A Gaza dopo l’ultima operazione militare israeliana non è stato ricostruito neanche il 5% di ciò che è stato distrutto. Non sono pronti ad affrontare un altro scontro. Ma i giovani palestinesi, a Gaza ed altrove, sono con Gerusalemme, la Palestina è un paese unico, anche se l’occupazione israeliana lo ha diviso. Adesso vediamo che questa rivolta sta unendo i Palestinesi, è una rivolta generalizzata.
Cosa può fare la gente in occidente per aiutare i palestinesi?
Sostenere la Resistenza del Popolo palestinese in ogni modo possibile. La sproporzione delle forze è evidente. Un palestinese da una parte con una pietra e dall’altra parte un carro armato. Non è una guerra alla pari.
E raccontare la verità, dare l’altra versione oltre quella israeliana. Se noi guardiamo i telegiornali, soprattutto in Italia, sentiamo “terroristi palestinesi che attaccano soldati e civili israeliani”. I terroristi hanno le pietre ed i soldati innocenti hanno carri armati, fosforo bianco e armi atomiche? Tutte queste armi sono proibite dalle convenzioni internazionali…
Poi tutti gli israeliani sono militari…
La quasi totalità degli attacchi dei palestinesi sono stati contro soldati e coloni armati. Tutti gli israeliani sono armati, con la pistola o con un piccolo mitra, non ci sono civili israeliani.
Se si vuole aiutare i palestinesi bisogna raccontare la verità… mostrare lo stesso video che fanno vedere gli israeliani, ma dall’altro lato… questo “terrorista” che è stato ucciso… che aveva un coltello… come viene falsificato questo video. Come la ragazza di 16 anni alla fermata dei pullman… che stava alzando le mani e implorava terrorizzata… e le hanno sparato lo stesso… si chiamava Abir… Intorno a lei c’erano 20 soldati armati. Hanno sparato e le hanno avvicinato un coltello. Ma anche se avesse avuto un coltello… che cosa avrebbe potuto fare contro venti soldati addestrati, armati e con giubbotti antiproiettile?
Nei territori palestinesi basta un sospetto per essere uccisi dai soldati israeliani. Se per sbaglio metti la mano in tasca sei morto.
Il 70% dei morti palestinesi di questi giorni sono minorenni o hanno appena 18 anni. Ma i filmati di questi attentati chi li mostra? Un palestinese? Ovviamente no. E’ Israele che ha il controllo totale dell’informazione, e la usa con due obiettivi: da un lato, mostrare all’opinione pubblica mondiale che gli israeliani sono le vittime, e che la divisione e l’espulsione dei palestinesi da Gerusalemme è giustificata. Dall’altro lato cercano di mostrare che loro hanno il totale controllo e possono fare tutto quello che vogliono impunemente, e nessuno può impedirglielo, non solo con i palestinesi, ma con chiunque.
Tu sei italiano, ma prova ad andare all’aeroporto di Tel Aviv e dire che vuoi andare nei territori palestinesi, e vedi cosa ti succede… Vedi quello che è successo con la Freedom Flottilla…
Comprano tutto, anche l’informazione… Quando c’è stato un attentato palestinese su di un pullman loro hanno trasportato il pullman in aereo alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, ma le violazioni che compiono loro a danno dei palestinesi chi le documenta?
A proposito dei “civili” israeliani, l’eritreo che è stato ucciso qualche giorno fa, è stato ucciso da un israeliano armato, che lo aveva stato scambiato per un palestinese… Perché nella zona di Be’er Sheba, nel deserto, ci sono molti palestinesi con la pelle scura.
Invece era un rifugiato eritreo…
Israele non protegge i rifugiati, li usa come militari. Gli eritrei vengono mandati nelle zone di confine con Gaza o il Libano o in Cisgiordania.
La maggior parte dei morti israeliani durante l’ultimo attacco contro Gaza erano eritrei, etiopi, rumeni, ma non persone nate in Israele.
Anche molti Drusi, una minoranza religiosa in Libano e Siria, vengono mandati nella Shmar Gful, l’unità dell’esercito israeliano di protezione dei confini. Israele dice di proteggerli invece li usa contro i palestinesi.

Né con la N.A.T.O. né con Putin! Costruire la solidarietà internazionalista contro le guerre imperialiste!

L’intervento militare russo in Siria evidenzia le difficoltà dell’imperialismo occidentale di trarre profitto stabile dalla crisi mediorientale, dal rapporto con gli alleati regionali Turchia e Arabia Saudita, sempre più inclini a giocare un ruolo proprio nella regione, alla gestione dell’affare “ISIS”, combattuto nei proclami, ma tollerato se non foraggiato nei fatti.
Il declino sul piano economico di Usa e stati europei si riflette nelle loro incertezze nelle strategie belliche. Così come l’accresciuta potenza economica del capitalismo russo e cinese si riflette nel loro protagonismo sul piano militare. In particolare Putin cerca di (ri)conquistare lo spazio che fu di influenza dell’Unione Sovietica. In questo sta utilizzando lo stesso pretesto usato dall’Occidente, la lotta all’integralismo islamico, già utilizzato nel liquidare l’indipendentismo ceceno. Ma a muovere il Governo russo non sono certo preoccupazioni di carattere umanitario…
Il ruolo della sinistra di fronte alle guerre scatenate dagli interessi e dalle rivalità tra le potenze capitaliste non può ridursi a cercare di individuare quale possa essere la meno peggio fra di esse.
Anche se il movimento dei lavoratori, per la sua debolezza, non può svolgere in questo momento un ruolo efficace nel fermare i conflitti, i lavoratori e le loro organizzazioni devono in ogni paese opporsi agli imperialismi e denunciare i misfatti compiuti dai propri governi per difendere gli interessi delle proprie lobbies economiche.
E’ nostro compito prioritario batterci:
– contro ogni ipotesi di intervento militare in Libia, nel quale il Governo italiano vorrebbe svolgere un ruolo guida;
– per il ritiro di tutti i contingenti militari italiani all’estero;
– per l’uscita dell’Italia dalla N.a.t.o.
– per la fine della cooperazione militare, economica e politica dell’Italia con Israele;
– per l’accoglienza nel nostro paese dei rifugiati.

Ikea – dipendenti in lotta contro flessibilità e riduzione dei salari – intervista ad un cassiere part time verticale dell’IKEA di Roma

Proseguono le iniziative di lotta dei lavoratori Ikea, con manifestazioni davanti all’ambasciata svedese ed a montecitorio…
Di seguito l’intervista ad uno dei lavoratori in lotta dopo lo sciopero dell’11 luglio

– Da quanto tempo lavori all’Ikea? Che mansione svolgi?

Lavoro in IKEA dal 2001; sono entrato tramite un’agenzia interinale, poi sono stato assunto a tempo determinato ed infine, dopo 3 mesi, a tempo indeterminato. Ho sempre avuto un contratto part time verticale (sabato e domenica, per 16 ore settimanali), mio malgrado. L’80% dei dipendenti IKEA è part time, per una scelta precisa dell’azienda e non per scelta dei lavoratori.

– Fai attività sindacale?

Se per attività sindacale intendiamo il fatto che i lavoratori si incontrano, si organizzano, si assumono delle responsabilità di lotta, allora sì, faccio attività sindacale. Sono iscritto alla CUB Flaica.

– Come sono le condizioni di lavoro in Ikea e nel tuo punto vendita?

Le condizioni di lavoro, fino ad un paio di mesi fa, erano più che dignitose. Ci viene chiesto di lavorare a ritmi molto intensi, con un livello di professionalità elevato e con una certa adesione ai “valori IKEA”; a fronte di questo impegno abbiamo sempre potuto contare su rapporti di lavoro basati sulla correttezza e sulla giusta retribuzione. Oggi il colosso svedese ci mette le mani in tasca per toglierci i soldi e massimizzare i propri profitti in Italia; ci chiede di poter disporre completamente del nostro tempo, assoggettandoci ad una flessibilità esasperata. Il clima interno all’azienda è molto cambiato, in seguito agli scioperi ed alle iniziative di lotta: l’azienda cerca in mille modi di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, utilizza gli interinali, i responsabili ed i manager per coprire le nostre mansioni e tenere aperti i negozi durante gli scioperi; molti lavoratori, e soprattutto alcuni responsabili, che hanno aderito agli scioperi, sono stati immediatamente demansionati; l’azienda diffonde, attraverso i propri responsabili, velate minacce nei confronti di chi sciopera; i lavoratori più “fragili” vengono convocati dai responsabili per infondere timori ingiustificati.

– Perchè si è arrivati allo sciopero lo scorso 11 luglio? Cosa pretendeva l’azienda?

L’azienda ci ha sottoposti ad un vero e proprio ricatto: o si accettano le sue proposte o da settembre non avremo alcun contratto integrativo.
Il colosso svedese vuole tagliare drasticamente le maggiorazioni domenicali e festive, vuole imporre un sistema di gestione dei turni, denominato TIME, che, di fatto, spalanca le porte ad una flessibilità praticamente totale ed assoluta, ed infine vuole azzerare il premio fisso aziendale. Ad oggi l’azienda ha abbandonato il tavolo delle trattative e afferma di non voler trattare in nessun modo, su nessuna delle questioni poste sul tavolo con brutalità da parte del management nazionale.

– Che ruolo hanno avuto i lavoratori ed i sindacati nel percorso che ha portato allo sciopero?

Questa volta CGIL-CISL-UIL sentono sul collo il fiato dei lavoratori, avvertono la rabbia e la preoccupazione che si fanno sentire con forza durante le iniziative di lotta e durante le tante assemblee. La trattativa è seguita solo ed esclusivamente da CGIL-CISL-UIL; i lavoratori non intendono cedere né i propri soldi né il proprio tempo ad una azienda che non conosce crisi e che vuole solo “approfittare della situazione” di crisi per colpire i diritti del lavoro e massimizzare i profitti. Speriamo che i sindacati tradizionali abbiano ben chiaro che noi non intendiamo cedere su niente; proprio non ne vediamo il motivo.

– L’azienda sostiene di dover affrontare una crisi di mercato in Italia…

L’azienda ha realizzato, nel 2014, un +3% del proprio fatturato; grazie al lavoro nostro e dei fornitori e grazie ai soldi spesi dai clienti. Parlano di un calo degli utili; il calo degli utili è determinato dai cospicui investimenti effettuati per l’espansione nel mercato italiano da realizzare nei prossimi anni con l’apertura di 10 nuovi negozi nel territorio nazionale. La crisi economica ha colpito duramente i piccoli distributori e gli artigiani del legno, facendo invece aumentare la fetta di mercato conquistata da IKEA. In ogni caso, al di là di ogni valutazione, il nostro principale è l’uomo più ricco d’Europa, ha un patrimonio personale di 45 miliardi di euro, e viene a cercare soldi da noi??? L’uomo più ricco d’Europa vuole 150 euro al mese, ogni mese, dai suoi dipendenti italiani.

– Qual è il sentimento che prevale tra i lavoratori dopo lo sciopero? Ci saranno altre iniziative di lotta?

Naturalmente con il prolungarsi della vertenza e con le preoccupazioni determinate dalle manovre dell’azienda non è facile preservare l’unità dei lavoratori. Cresce la rabbia contro i pochi crumiri e contro i responsabili che minacciano e diffondono voci false. Cresce la paura di conseguenze personali. Per qualcuno inizia anche a diventare un problema di carattere strettamente economico, con le buste paga più leggere per le tante ore di sciopero. Però la stragrande maggior parte dei lavoratori è piena di rabbia ma anche sempre più consapevole di essere una comunità e di avere una forza da contrapporre all’arroganza del colosso svedese. Ci si divide tra gli aderenti alle diverse sigle sindacali, come è normale che sia, ma senza eccessi. Spingiamo tutti nella stessa direzione.

– Ci sono state manifestazioni di solidarietà di lavoratori di altre aziende alla vostra iniziativa? (a roma o a livello nazionale?)

A parte i tanti clienti che dimostrano la loro solidarietà, intasando il profilo facebook dell’azienda con il messaggio #setagliilpersonaleperdiunclienteabituale, oppure scegliendo di non fare acquisti durante gli scioperi, molte realtà della grande distribuzione ci hanno manifestato la loro solidarietà concreta. Ma quella che ci ha riempiti più di orgoglio, per ovvie ragioni storiche, è stata la solidarietà che ci hanno portato le lavoratrici ed i lavoratori dell’ANSALDO di Genova. Oltre alle tante realtà locali, ai collettivi, alle radio. Veramente, sentire la solidarietà di tante persone, semplici cittadini, clienti e lavoratori, solidarietà concreta o da social network, ci spinge a tenere duro ed a continuare, convinti di essere dalla parte della ragione. Quella del lavoro onesto e giustamente retribuito, contro quella dei profitti e dell’avidità.