Palestina: la rivolta è il frutto delle continue provocazioni israeliane. Israele vuole la pulizia etnica di Gerusalemme. Intervista a Waseem K. palestinese di Gaza

Cosa succede a Gerusalemme e in Palestina, cos’ha provocato la rivolta di queste settimane?
Noi siamo abituati a sentire di un attentato o di un’operazione da parte di un partito politico o di un gruppo armato palestinese, che si difende o fa un attacco. Non dobbiamo però fidarci di ciò che sentiamo, quello che sentiamo è sempre la versione israeliana, e loro raccontano sempre un sacco di bugie.
Nella situazione attuale, per il semplice sospetto che tu sia una persona araba, un palestinese, in qualsiasi posto, in pochi secondi ti sparano, e poi magari ti mettono un coltello o qualcos’altro vicino… le telecamere non riprendono tutto quello che succede.
E’ vero che ci sono attacchi da parte di cittadini palestinesi di origine, ma cittadini israeliani, con il passaporto israeliano, a Gerusalemme. Se si conosce la storia, si sa che nessuno può vivere a Gerusalemme, se non ha il passaporto o la carta di identità israeliana.
Nel 1948, dopo la prima invasione israeliana, la gente è scappata, ma molti palestinesi sono rimasti a Gerusalemme, intorno alla moschea, perché era un luogo sacro, non potevano abbandonare un posto come quello. Gli occupanti li hanno però obbligati ad avere il passaporto, altrimenti se ne sarebbero dovuti andare. Molti palestinesi hanno perciò preferito avere il passaporto israeliano piuttosto che lasciare una terra che non potevano abbandonare.
Quindi adesso sentiamo parlare di Gerusalemme Est…
Questa è la divisione frutto dell’occupazione israeliana, per noi non esiste Gerusalemme Est, Ovest… Gerusalemme è unica, non si può dividere… non esiste un luogo per ebrei, uno per musulmani, uno per cristiani. Per me Gerusalemme è unica e tutti devono poter andare a praticare quello che vogliono, insieme.
Ma l’occupazione vuole mettere mano su tutta Gerusalemme, non vogliono nessuno lì, e creano le divisioni. Adesso parlano di costruire un muro anche a Gerusalemme. Ogni venerdì viene chiuso l’accesso alla moschea. I palestinesi vengono bloccati lì davanti, vengono fatti entrare uno alla volta… fanno entrare quelli di una certa età… non li fanno entrare tutti… Per dimostrare di essere loro a controllare quel posto… Per dire “anche se avete la moschea a Gerusalemme non vuol dire niente, noi vi facciamo passare, pregate quando lo diciamo noi…” Hanno anche attaccato la moschea all’interno, incendiandola e danneggiandone un pezzo…
Le ragioni della rivolta non sono recenti, sono il frutto di fatti che si accumulano da anni. I coloni israeliani, protetti dall’esercito, fanno continue incursioni nei territori palestinesi. Due mesi fa la famiglia Daouabchi è stata bruciata, mentre stavano dormendo, dai coloni in Cisgiordania. Ogni giorno c’è qualche violazione da parte dei coloni. O attaccano una moschea, o un villaggio, o un terreno coltivato dai palestinesi… per provocare. Queste provocazioni sono agevolate dal governo israeliano. Adesso, la reazione dei palestinesi con passaporto israeliano a Gerusalemme permette al governo israeliano, con la scusa che sono dei terroristi, di mandarli via. Già si parla di voler mandare le famiglie degli attentatori a Gaza, e mandare queste persone a Gaza significa che non rivedranno mai più Gerusalemme. Ogni giorno sentiamo di una casa palestinese che viene demolita… perché secondo il comune di quella zona è abusiva… oppure deve passare una strada… Mi chiedo come mai a Gerusalemme tutte le strade devono passare da sopra le case palestinesi, mai da sopra quelle israeliane… In realtà sono tutte scuse per cacciare via la gente. Dove vogliono arrivare? A dire che Gerusalemme è ebrea-israeliana soltanto.
Inoltre i palestinesi che hanno il passaporto israeliano non hanno i diritti degli israeliani. Non possono studiare come un israeliano, non vanno allo stesso ospedale degli israeliani, non possono costruirsi una casa o modificare la propria. Non possono lavorare dove vogliono o accedere a tutti i mestieri.
Le ragioni della rivolta partono da questa situazione…
Tu sei di Gaza ma non sei mai stato a Gerusalemme…
Io sono di Gaza ed ho provato ad andare a Gerusalemme, il risultato è quello che vedi sulla mia faccia… queste cicatrici, 15 punti, il naso rotto, ho perso un dente. Nel ’99 ho provato ad andare a studiare in Cisgiordania, ma a Tel Aviv sono stato fermato con un amico, quando hanno scoperto che eravamo di Gaza ci hanno picchiato e rimpatriato dopo due giorni di arresto. Speravo di poter vedere Gerusalemme quel giorno ma non ci sono riuscito. Tutta una generazione di palestinesi di Gaza, dal ’99, non sa neanche com’è Gerusalemme o la Cisgiordania, non possono andarci, è vietato. C’è un confine con i militari israeliani in mezzo.
Come hanno visto i palestinesi di Gaza la rivolta di Gerusalemme?
I giovani di Gaza vanno al confine a lanciare sassi, assi di ferro o molotov contro l’esercito… 14 sono stati sparati, 7 sono morti e ci sono 140 feriti. Ma la situazione è difficile per Hamas o per gli altri partiti politici. A Gaza dopo l’ultima operazione militare israeliana non è stato ricostruito neanche il 5% di ciò che è stato distrutto. Non sono pronti ad affrontare un altro scontro. Ma i giovani palestinesi, a Gaza ed altrove, sono con Gerusalemme, la Palestina è un paese unico, anche se l’occupazione israeliana lo ha diviso. Adesso vediamo che questa rivolta sta unendo i Palestinesi, è una rivolta generalizzata.
Cosa può fare la gente in occidente per aiutare i palestinesi?
Sostenere la Resistenza del Popolo palestinese in ogni modo possibile. La sproporzione delle forze è evidente. Un palestinese da una parte con una pietra e dall’altra parte un carro armato. Non è una guerra alla pari.
E raccontare la verità, dare l’altra versione oltre quella israeliana. Se noi guardiamo i telegiornali, soprattutto in Italia, sentiamo “terroristi palestinesi che attaccano soldati e civili israeliani”. I terroristi hanno le pietre ed i soldati innocenti hanno carri armati, fosforo bianco e armi atomiche? Tutte queste armi sono proibite dalle convenzioni internazionali…
Poi tutti gli israeliani sono militari…
La quasi totalità degli attacchi dei palestinesi sono stati contro soldati e coloni armati. Tutti gli israeliani sono armati, con la pistola o con un piccolo mitra, non ci sono civili israeliani.
Se si vuole aiutare i palestinesi bisogna raccontare la verità… mostrare lo stesso video che fanno vedere gli israeliani, ma dall’altro lato… questo “terrorista” che è stato ucciso… che aveva un coltello… come viene falsificato questo video. Come la ragazza di 16 anni alla fermata dei pullman… che stava alzando le mani e implorava terrorizzata… e le hanno sparato lo stesso… si chiamava Abir… Intorno a lei c’erano 20 soldati armati. Hanno sparato e le hanno avvicinato un coltello. Ma anche se avesse avuto un coltello… che cosa avrebbe potuto fare contro venti soldati addestrati, armati e con giubbotti antiproiettile?
Nei territori palestinesi basta un sospetto per essere uccisi dai soldati israeliani. Se per sbaglio metti la mano in tasca sei morto.
Il 70% dei morti palestinesi di questi giorni sono minorenni o hanno appena 18 anni. Ma i filmati di questi attentati chi li mostra? Un palestinese? Ovviamente no. E’ Israele che ha il controllo totale dell’informazione, e la usa con due obiettivi: da un lato, mostrare all’opinione pubblica mondiale che gli israeliani sono le vittime, e che la divisione e l’espulsione dei palestinesi da Gerusalemme è giustificata. Dall’altro lato cercano di mostrare che loro hanno il totale controllo e possono fare tutto quello che vogliono impunemente, e nessuno può impedirglielo, non solo con i palestinesi, ma con chiunque.
Tu sei italiano, ma prova ad andare all’aeroporto di Tel Aviv e dire che vuoi andare nei territori palestinesi, e vedi cosa ti succede… Vedi quello che è successo con la Freedom Flottilla…
Comprano tutto, anche l’informazione… Quando c’è stato un attentato palestinese su di un pullman loro hanno trasportato il pullman in aereo alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, ma le violazioni che compiono loro a danno dei palestinesi chi le documenta?
A proposito dei “civili” israeliani, l’eritreo che è stato ucciso qualche giorno fa, è stato ucciso da un israeliano armato, che lo aveva stato scambiato per un palestinese… Perché nella zona di Be’er Sheba, nel deserto, ci sono molti palestinesi con la pelle scura.
Invece era un rifugiato eritreo…
Israele non protegge i rifugiati, li usa come militari. Gli eritrei vengono mandati nelle zone di confine con Gaza o il Libano o in Cisgiordania.
La maggior parte dei morti israeliani durante l’ultimo attacco contro Gaza erano eritrei, etiopi, rumeni, ma non persone nate in Israele.
Anche molti Drusi, una minoranza religiosa in Libano e Siria, vengono mandati nella Shmar Gful, l’unità dell’esercito israeliano di protezione dei confini. Israele dice di proteggerli invece li usa contro i palestinesi.

Né con la N.A.T.O. né con Putin! Costruire la solidarietà internazionalista contro le guerre imperialiste!

L’intervento militare russo in Siria evidenzia le difficoltà dell’imperialismo occidentale di trarre profitto stabile dalla crisi mediorientale, dal rapporto con gli alleati regionali Turchia e Arabia Saudita, sempre più inclini a giocare un ruolo proprio nella regione, alla gestione dell’affare “ISIS”, combattuto nei proclami, ma tollerato se non foraggiato nei fatti.
Il declino sul piano economico di Usa e stati europei si riflette nelle loro incertezze nelle strategie belliche. Così come l’accresciuta potenza economica del capitalismo russo e cinese si riflette nel loro protagonismo sul piano militare. In particolare Putin cerca di (ri)conquistare lo spazio che fu di influenza dell’Unione Sovietica. In questo sta utilizzando lo stesso pretesto usato dall’Occidente, la lotta all’integralismo islamico, già utilizzato nel liquidare l’indipendentismo ceceno. Ma a muovere il Governo russo non sono certo preoccupazioni di carattere umanitario…
Il ruolo della sinistra di fronte alle guerre scatenate dagli interessi e dalle rivalità tra le potenze capitaliste non può ridursi a cercare di individuare quale possa essere la meno peggio fra di esse.
Anche se il movimento dei lavoratori, per la sua debolezza, non può svolgere in questo momento un ruolo efficace nel fermare i conflitti, i lavoratori e le loro organizzazioni devono in ogni paese opporsi agli imperialismi e denunciare i misfatti compiuti dai propri governi per difendere gli interessi delle proprie lobbies economiche.
E’ nostro compito prioritario batterci:
– contro ogni ipotesi di intervento militare in Libia, nel quale il Governo italiano vorrebbe svolgere un ruolo guida;
– per il ritiro di tutti i contingenti militari italiani all’estero;
– per l’uscita dell’Italia dalla N.a.t.o.
– per la fine della cooperazione militare, economica e politica dell’Italia con Israele;
– per l’accoglienza nel nostro paese dei rifugiati.

Ikea – dipendenti in lotta contro flessibilità e riduzione dei salari – intervista ad un cassiere part time verticale dell’IKEA di Roma

Proseguono le iniziative di lotta dei lavoratori Ikea, con manifestazioni davanti all’ambasciata svedese ed a montecitorio…
Di seguito l’intervista ad uno dei lavoratori in lotta dopo lo sciopero dell’11 luglio

– Da quanto tempo lavori all’Ikea? Che mansione svolgi?

Lavoro in IKEA dal 2001; sono entrato tramite un’agenzia interinale, poi sono stato assunto a tempo determinato ed infine, dopo 3 mesi, a tempo indeterminato. Ho sempre avuto un contratto part time verticale (sabato e domenica, per 16 ore settimanali), mio malgrado. L’80% dei dipendenti IKEA è part time, per una scelta precisa dell’azienda e non per scelta dei lavoratori.

– Fai attività sindacale?

Se per attività sindacale intendiamo il fatto che i lavoratori si incontrano, si organizzano, si assumono delle responsabilità di lotta, allora sì, faccio attività sindacale. Sono iscritto alla CUB Flaica.

– Come sono le condizioni di lavoro in Ikea e nel tuo punto vendita?

Le condizioni di lavoro, fino ad un paio di mesi fa, erano più che dignitose. Ci viene chiesto di lavorare a ritmi molto intensi, con un livello di professionalità elevato e con una certa adesione ai “valori IKEA”; a fronte di questo impegno abbiamo sempre potuto contare su rapporti di lavoro basati sulla correttezza e sulla giusta retribuzione. Oggi il colosso svedese ci mette le mani in tasca per toglierci i soldi e massimizzare i propri profitti in Italia; ci chiede di poter disporre completamente del nostro tempo, assoggettandoci ad una flessibilità esasperata. Il clima interno all’azienda è molto cambiato, in seguito agli scioperi ed alle iniziative di lotta: l’azienda cerca in mille modi di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, utilizza gli interinali, i responsabili ed i manager per coprire le nostre mansioni e tenere aperti i negozi durante gli scioperi; molti lavoratori, e soprattutto alcuni responsabili, che hanno aderito agli scioperi, sono stati immediatamente demansionati; l’azienda diffonde, attraverso i propri responsabili, velate minacce nei confronti di chi sciopera; i lavoratori più “fragili” vengono convocati dai responsabili per infondere timori ingiustificati.

– Perchè si è arrivati allo sciopero lo scorso 11 luglio? Cosa pretendeva l’azienda?

L’azienda ci ha sottoposti ad un vero e proprio ricatto: o si accettano le sue proposte o da settembre non avremo alcun contratto integrativo.
Il colosso svedese vuole tagliare drasticamente le maggiorazioni domenicali e festive, vuole imporre un sistema di gestione dei turni, denominato TIME, che, di fatto, spalanca le porte ad una flessibilità praticamente totale ed assoluta, ed infine vuole azzerare il premio fisso aziendale. Ad oggi l’azienda ha abbandonato il tavolo delle trattative e afferma di non voler trattare in nessun modo, su nessuna delle questioni poste sul tavolo con brutalità da parte del management nazionale.

– Che ruolo hanno avuto i lavoratori ed i sindacati nel percorso che ha portato allo sciopero?

Questa volta CGIL-CISL-UIL sentono sul collo il fiato dei lavoratori, avvertono la rabbia e la preoccupazione che si fanno sentire con forza durante le iniziative di lotta e durante le tante assemblee. La trattativa è seguita solo ed esclusivamente da CGIL-CISL-UIL; i lavoratori non intendono cedere né i propri soldi né il proprio tempo ad una azienda che non conosce crisi e che vuole solo “approfittare della situazione” di crisi per colpire i diritti del lavoro e massimizzare i profitti. Speriamo che i sindacati tradizionali abbiano ben chiaro che noi non intendiamo cedere su niente; proprio non ne vediamo il motivo.

– L’azienda sostiene di dover affrontare una crisi di mercato in Italia…

L’azienda ha realizzato, nel 2014, un +3% del proprio fatturato; grazie al lavoro nostro e dei fornitori e grazie ai soldi spesi dai clienti. Parlano di un calo degli utili; il calo degli utili è determinato dai cospicui investimenti effettuati per l’espansione nel mercato italiano da realizzare nei prossimi anni con l’apertura di 10 nuovi negozi nel territorio nazionale. La crisi economica ha colpito duramente i piccoli distributori e gli artigiani del legno, facendo invece aumentare la fetta di mercato conquistata da IKEA. In ogni caso, al di là di ogni valutazione, il nostro principale è l’uomo più ricco d’Europa, ha un patrimonio personale di 45 miliardi di euro, e viene a cercare soldi da noi??? L’uomo più ricco d’Europa vuole 150 euro al mese, ogni mese, dai suoi dipendenti italiani.

– Qual è il sentimento che prevale tra i lavoratori dopo lo sciopero? Ci saranno altre iniziative di lotta?

Naturalmente con il prolungarsi della vertenza e con le preoccupazioni determinate dalle manovre dell’azienda non è facile preservare l’unità dei lavoratori. Cresce la rabbia contro i pochi crumiri e contro i responsabili che minacciano e diffondono voci false. Cresce la paura di conseguenze personali. Per qualcuno inizia anche a diventare un problema di carattere strettamente economico, con le buste paga più leggere per le tante ore di sciopero. Però la stragrande maggior parte dei lavoratori è piena di rabbia ma anche sempre più consapevole di essere una comunità e di avere una forza da contrapporre all’arroganza del colosso svedese. Ci si divide tra gli aderenti alle diverse sigle sindacali, come è normale che sia, ma senza eccessi. Spingiamo tutti nella stessa direzione.

– Ci sono state manifestazioni di solidarietà di lavoratori di altre aziende alla vostra iniziativa? (a roma o a livello nazionale?)

A parte i tanti clienti che dimostrano la loro solidarietà, intasando il profilo facebook dell’azienda con il messaggio #setagliilpersonaleperdiunclienteabituale, oppure scegliendo di non fare acquisti durante gli scioperi, molte realtà della grande distribuzione ci hanno manifestato la loro solidarietà concreta. Ma quella che ci ha riempiti più di orgoglio, per ovvie ragioni storiche, è stata la solidarietà che ci hanno portato le lavoratrici ed i lavoratori dell’ANSALDO di Genova. Oltre alle tante realtà locali, ai collettivi, alle radio. Veramente, sentire la solidarietà di tante persone, semplici cittadini, clienti e lavoratori, solidarietà concreta o da social network, ci spinge a tenere duro ed a continuare, convinti di essere dalla parte della ragione. Quella del lavoro onesto e giustamente retribuito, contro quella dei profitti e dell’avidità.